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Kalki

Kalki

     Nell'induismo, Kalki (कल्कि), anche Kalkin o Kalaki, è il decimo e ultimo Maha Avatara (grande avatar) di Viṣṇu il Conservatore, il cui avvento su un cavallo bianco segnerà la fine del Kali Yuga, l'Età oscura, e l'inizio di un nuovo Ciclo.
     Nel buddhismo di scuola Kalachakra egli è invece noto come Kulika, e sarà re di Shambala, il leggendario regno che verrà svelato quando l'umanità sarà illuminata.

11 Poi vidi il cielo aperto ed ecco un cavallo bianco; e colui che lo cavalcava si chiama il Fedele e il Verace; ed egli giudica e guerreggia con giustizia. 12 E i suoi occhi erano una fiamma di fuoco, e sul suo capo v’eran molti diademi; e portava scritto un nome che nessuno conosce fuorché lui. 13 Era vestito d’una veste tinta di sangue, e il suo nome è: la Parola di Dio. 14 Gli eserciti che sono nel cielo lo seguivano sopra cavalli bianchi, ed eran vestiti di lino fino bianco e puro. 15 E dalla bocca gli usciva una spada affilata per percuoter con essa le nazioni; ed egli le reggerà con una verga di ferro, e calcherà il tino del vino dell’ardente ira dell’Onnipotente Iddio. 16 E sulla veste e sulla coscia porta scritto questo nome: RE DEI RE, SIGNOR DEI SIGNORI. 17 Poi vidi un angelo che stava in piè nel sole, ed egli gridò con gran voce, dicendo a tutti gli uccelli che volano in mezzo al cielo: 18 Venite, adunatevi per il gran convito di Dio, per mangiar carni di re e carni di capitani e carni di prodi e carni di cavalli e di cavalieri, e carni d’ogni sorta d’uomini liberi e schiavi, piccoli e grandi. 19 E vidi la bestia e i re della terra e i loro eserciti radunati per muover guerra a colui che cavalcava il cavallo e all’esercito suo. 20 E la bestia fu presa, e con lei fu preso il falso profeta che avea fatto i miracoli davanti a lei, coi quali aveva sedotto quelli che aveano preso il marchio della bestia e quelli che adoravano la sua immagine. Ambedue furon gettati vivi nello stagno ardente di fuoco e di zolfo. 21 E il rimanente fu ucciso con la spada che usciva dalla bocca di colui che cavalcava il cavallo; e tutti gli uccelli si satollarono delle loro carni.

(Apocalisse 19:11-21)

Il Tuono, Mente Perfetta (Inno a Iside)

Questo è uno dei testi più antichi, risalente a prima del IV secolo A.C., giunti fino a noi, dalle sabbie di Nag Hammadi nel basso Egitto.


 Io fui mandata dal Potere,
ed Io sono venuta presso coloro

che riflettono su di me,
ed Io sono stata trovata

tra quelli che mi cercano.
Cercatemi, voi che meditate su di me,
e voi uditori, ascoltatemi.
Voi che mi state aspettando,
portatemi a voi.
E non allontanatemi dalla vostra vista.
E non fate in modo che la vostra voce mi possa odiare,

e neppure il vostro ascolto.
Non ignoratemi, ovunque ed in ogni tempo.
State in guardia! Non ignoratemi.

Perché Io sono la prima e l’ultima.
Io sono l’onorata e la disprezzata.
Io sono la prostituta e la santa.
Io sono la sposa e la vergine.
Io sono la madre e la figlia.
Io sono le membra di mia madre.
Io sono la sterile
E molti sono i miei figli.
Io sono colei il cui matrimonio è grande,
eppure Io non ho marito.
Io sono la levatrice e colei che non partorisce.
Io sono il conforto dei miei dolori del parto.
Io sono la sposa e lo sposo,
ed è mio marito che mi generò.
Io sono la madre di mio padre
e la sorella di mio marito
ed egli è la mia progenie.
Io sono la schiava di lui, il quale mi istruì.
Io sono il sovrano della mia progenie.
Ma egli è colui il quale mi generò prima del tempo,

nel giorno della nascita.
Ed egli è la mia progenie, a suo tempo,
ed il mio potere proviene da lui.
Io sono l’appoggio del suo potere nella sua giovinezza,

ed egli il sostegno della mia vecchiaia.
E qualsiasi cosa egli voglia, mi succede.
Io sono il silenzio che è incomprensibile,
e l’idea il cui ricordo è costante.
Io sono la voce il cui suono è multiforme
e la parola la cui apparizione è molteplice.
Io sono la pronuncia del mio nome.

Perché, voi che mi odiate, mi amate,
ed odiate quelli che mi amano?
Voi che mi rinnegate, mi riconoscete,
e voi che mi riconoscete, mi rifiutate.
Voi che dite la verità su di me, mentite su di me,
e voi che avete mentito su di me,
dite la verità.
Voi che mi conoscete, ignoratemi,
e quelli che non mi hanno conosciuta,
lasciate che mi conoscano.

Perché Io sono il sapere e l’ignoranza.
Io sono la vergogna e l’impudenza.
Io sono la svergognata; Io sono colei che si vergogna.
Io sono la forza e la paura.
Io sono la guerra e la pace.
Prestatemi attenzione.
Io sono la disonorata e la grande.

Prestate attenzione alla mia povertà e alla mia ricchezza. Non siate arroganti con me

quando Io sono gettata fuori sulla terra,
e voi mi troverete in quelli che stanno per giungere.
E non cercatemi nel mucchio di letame
Non andate lasciandomi esiliata fuori,
e voi mi troverete nei regni.
E non cercatemi quando sono gettata

fuori tra coloro che
sono disgraziati e nei luoghi più miseri,
Non ridete di me.
E non lasciatemi fuori tra quelli

che sono uccisi nella violenza.
Ma Io, Io sono compassionevole ed Io sono crudele.

State in guardia!
Non odiate la mia obbedienza
E non amate il mio auto – controllo.
Nella mia debolezza, non abbandonatemi,
e non siate spaventati del mio potere.
Perché voi disprezzate la mia paura
E maledite la mia gloria?
Ma Io sono colei che esiste in tutti i timori
E la forza nel tremare.
Io sono quella che è debole,
ed Io sto bene in un luogo piacevole.
Io sono la dissennata ed Io sono la saggia.

Perché mi avete odiata nelle vostre assemblee?

Perché Io dovrò essere silenziosa
tra quelli che sono silenziosi,
ed Io dovrò apparire e parlare.
Perché quindi mi avete odiata, voi Greci?
Perché Io sono una barbara tra i barbari?
Perché Io sono la saggezza dei Greci
Ed il sapere dei Barbari.
Io sono il giudizio dei Greci e dei barbari.
Io sono quella la cui immagine è grande in Egitto
e quella che non ha immagine tra i barbari.
Io sono quella che è stata odiata ovunque
e quella che è stata amata in ogni luogo.
Io sono quella che essi chiamano Vita,
e che voi avete chiamato Morte.
Io sono quella che essi chiamano Legge,
e voi avete chiamato Illegalità.
Io sono quella che voi avete inseguito,
ed Io sono colei che avete afferrato.
Io sono quella che avete dispersa,
eppure mi avete raccolta insieme.
Io sono quella di cui prima vi siete vergognati,
e voi siete stati svergognati verso di me.
Io sono colei che non riceve festeggiamenti,
ed Io sono quella le cui celebrazioni sono molte.
Io , Io sono senza Dio,
ed Io sono quella il cui Dio è grande.
Io sono quella sui cui avete meditato,
eppure voi mi avete disprezzata.
Io sono incolta,
ed essi imparano da me.
Io sono quella che voi avete disprezzata,
eppure riflettete su di me.
Io sono quella dalla quale vi siete nascosti,
eppure voi apparite a me.
Ma se mai vi nascondeste,
Io stessa apparirò.
Perché se mai voi appariste,
Io stessa mi nasconderò da voi.
Quelli che hanno(…) ad esso (…) insensibilmente.

Prendetemi ( …conoscenza ) dal dolore
ed accoglietemi
Da ciò che è conoscenza e dolore;
ed accoglietemi

dai luoghi che sono brutti e in rovina,
e sottratti da quelli che sono buoni
anche se in bruttezza.
Fuori dalla vergogna, portatemi a voi sfacciatamente,
e fuori dalla sfrontatezza e dalla vergogna,
riprendete le mie membra in voi.
E venite a promuovermi, voi che mi conoscete
e voi che conoscete le mie membra,
e stabilite la Grande tra
le prime piccole creature.
Venite ad appoggiarmi presso l’infanzia,
e non disprezzatela perché

è piccola e piccina.
E non distaccate le grandezze in diverse parti

dalle piccolezze,
perché le piccolezze sono conosciute

dalle grandezze.

Perché mi maledite e mi venerate?
Voi avete recato offesa e voi avete avuto misericordia.

Non separatemi dai primi che avete conosciuto.
E non allontanate, né scacciate alcuno
[...] scacciare voi e [...conoscer] lo per niente.
[...].
Ciò che è mio [...].
Conosco quelli che vennero per primi

e quelli dopo di loro conoscono me.

Ma Io sono la Mente [Perfetta] ed il riposo di [...].

Io sono la conoscenza della mia domanda,
e la scoperta di quelli che aspirano a me,
e il comando di quelli che di me domandano,
e il potere dei poteri nella mia scienza degli angeli,

che sono stati mandati al mio ordine,
e degli dei nelle loro ere dal mio consiglio,
e degli spiriti di ogni uomo che esiste con me,
e delle donne che dimorano dentro di me.
Io sono quella che è venerata, e che è pregata,
e che è disprezzata sdegnosamente.
Io sono la pace,
e la guerra è venuta per causa mia.
E Io sono uno straniero e un compatriota.
Io sono la sostanza e quello che non ha sostanza.

Quelli che sono senza unione con me sono ignari di me,
e quelli che sono nella mia sostanza

sono quelli che conoscono me.
Quelli che sono vicini a me sono stati ignari di me,
e quelli che sono distanti da me

sono quelli che mi hanno conosciuto.
Nel giorno in cui Io sono vicino a te, tu sei distante da me,
e nel giorno in cui Io sono distante da te, Io sono vicino a te.

[Io sono ...] dentro.
[Io sono ...] delle nature.
Io sono [...] della creazione degli spiriti.
[...] preghiera delle anime.
Io sono il controllo e l’incontrollabile.
Io sono l’unione e la dissoluzione.
Io sono ciò che è perenne ed Io sono la dissoluzione

della materia. Io sono quella sotto,
ed essi vengono sopra di me.
Io sono il giudizio e l’assoluzione.
Io, Io sono senza peccato,
e la radice del peccato deriva da me.
Io bramo avidamente l’apparenza esteriore,
e il proprio controllo interiore esiste dentro di me.
Io sono l’ascolto accessibile a tutti
e il discorso che non può essere capito.
Io sono un muto che proprio non parla,
e grande è la moltitudine delle mie parole.

Ascoltatemi in grazia, e imparate di me con approssimazione. Io sono colei che urla,
e Io sono rigettata sopra la faccia della terra.
Io preparo il pane e la mia mente dentro.
Io sono la conoscenza del mio nome.
Io sono quella che grida,
ed Io ascolto.
Io appaio e [... ] cammino in [... ] sigillo del mio [... ].
Io sono [... ] la difesa [... ].
Io sono quella che è chiamata Verità
e ingiustizia [... ].

Voi mi onorate [... ] e voi mormorate contro di me.
Voi che siete conquistati, giudicate loro (chi conquista voi)
prima che essi esprimano sentenza contro di voi,
perché il giudizio e la parzialità risiedono in voi.
Se voi siete condannati da questo, chi vi affrancherà?
Oppure, se voi sarete liberati da questo,

chi sarà in grado di tenervi in custodia?
Perché ciò che è dentro di voi è quello che a voi è fuori,
e quello che vi avvolge all’esterno
è quello che dà la forma all’interno di voi.
E quello che voi vedete fuori di voi, voi lo vedete dentro di voi; esso è evidente ed è il vostro vestito.

Ascoltatemi, voi che mi udite,
e imparate le mie parole, voi che mi conoscete.
Io sono la conoscenza che è accessibile a chiunque:
Io sono il discorso che non può essere compreso.
Io sono il nome del suono
e il suono del nome.
Io sono il segno della lettera
e la destinazione della separazione
Ed Io [...].
(3 linee mancanti)
[...] luce [...].
[...] ascoltatori [...] a voi
[...] il grande potere.
E [...] non rimuoverà il nome.
[...] all’entità che mi ha creato.
E Io dirò il suo nome.

Fate attenzione allora alle sue parole
e a tutte le scritture che sono state composte.
Prestate attenzione allora, voi che ascoltate
ed anche voi, gli angeli e quelli che sono stati inviati,
e voi spiriti che vi siete levati dai morti.
Perché Io sono quella che da sola esiste,
ed Io non ho alcuno che mi giudicherà.

Perché sono molti i gradevoli aspetti

che esistono in numerosi peccati e smoderatezze
e passioni scandalose e piaceri momentanei
che (gli uomini) assaporano finché non diventano equilibrati

e salgono al loro luogo di riposo.
E loro mi troveranno lì
ed essi vivranno
ed essi non moriranno di nuovo.

Fuente Magna



LA FUENTE MAGNA, HERENCIA
DE LOS SUMERIOS EN EL NUEVO MUNDO

Uno de los hallazgos arqueológicos más controversiales de toda América es la Fuente Magna, llamada también Vaso Fuente, un gran vaso de piedra, parecido a un recipiente para efectuar libaciones, bautizos o ceremonias purificadoras.
El vaso fue descubierto en Bolivia en 1960 por un campesino en un terreno privado que se dice que perteneció a la familia Manjon, situado en Chúa, a unos 80 kilómetros de La Paz, en las cercanías del lago Titicaca.
En la parte externa, el vaso contiene algunos bajorrelieves zoomorfos (de origen tihuanacoide), mientras que en el interior, además de una figura zoomorfa o antropomorfa (según la interpretación), hay incisos dos tipos de escritura diferentes, un alfabeto antiguo, proto-sumerio, y el quellca, idioma de la antigua Pukara, civilización precursora de Tiwanaku.
En 1960, el arqueólogo boliviano Max Portugal Zamora efectuó algunos pequeños trabajos de restauración en el vaso de piedra e intentó descifrar sin éxito la misteriosa escritura que está tallada en la parte interior.
Un miembro de la familia Manjon entregó el vaso al municipio de La Paz en 1960. A cambio, la familia Manjon obtuvo un terreno en una zona adyacente a la capital. El objeto permaneció en un sótano del Museo de los metales preciosos durante 40 años.
Hasta fines del siglo XX, nadie sabía en realidad de dónde provenía la Fuente Magna y nadie podía imaginar la extraordinaria y fascinante historia que encierra.
En el 2000, dos investigadores de La Paz, el argentino Bernardo Biados y el boliviano Freddy Arce, viajaron a Chúa, lugar situado al norte del lago Titicaca, y pidieron información a los nativos de lengua aymara sobre el hallazgo de la Fuente Magna en 1960.
Inicialmente, nadie sabía informar ni sobre el Vaso Fuente ni sobre la familia Manjon, que parecía haberse esfumado. Sucesivamente, encontraron a un anciano de 92 años, llamado Maximiliano, quien después de haber observado una foto de la Fuente Magna, la reconoció como suya y la denominó “el plato del chancho”.
Maximiliano declaró que el vaso fue hallado muchos años antes en los alrededores del pueblo y que no se le dio ninguna importancia hasta que algunos hombres se lo llevaron (tal vez pagando algo a cambio), para entregarlo luego al municipio de La Paz.
Justamente así: ¡uno de los objetos más importantes de toda la historia humana era usado por un campesino como recipiente para dar de comer a los cerdos!
Bernardo Biados y Freddy Arce fotografiaron y estudiaron a fondo el célebre vaso, llegando a la conclusión de que era utilizado en la antigüedad para ceremonias religiosas purificadoras. Los dos investigadores enviaron fotos de las inscripciones al epigrafista estadounidense Clyde Ahmed Winters, quien descifró los enigmáticos grabados proto-sumerios que se encontraban al interior de la Fuente Magna.
A continuación, la traducción del recuadro central donde están los caracteres cuneiformes:
Acérquense en el futuro a una persona dotada de gran protección en el nombre de la gran Nía. Este oráculo sirve a las personas que quieren alcanzar la pureza y reforzar su carácter. La Divina Nía difundirá pureza, serenidad, carácter. Usa este talismán (la Fuente Magna), para hacer germinar en ti sabiduría y serenidad.
Utilizando el santuario adecuado, el santo ungüento, el sabio jura emprender el justo camino para alcanzar la pureza y el carácter. Oh sacerdote, encuentra la luz única para todos los que desean una vida noble.
Según los textos antiguos, Ni-ash (Nammu o Nía) era la diosa que dio a luz al Cielo y a la Tierra, en los tiempos de los sumerios. El bajorrelieve que hay en la parte interior del vaso, que puede evocar una rana (símbolo de fertilidad), según algunos investigadores es justamente la representación de Nía, la diosa de los Sumerios.
Los otros símbolos que se encuentran a los lados del bajorrelieve y en la parte adyacente a las incisiones proto-sumerias, fueron interpretados como quellca, idioma escrito de la civilización Pukara, pero no han sido descifrados.
En la parte externa del vaso hay algunos bajorrelieves zoomorfos que recuerdan a la cultura de Tiwanaku: pez y serpiente. Es muy probable que la Fuente Magna haya sido utilizada como vaso sagrado para ceremonias esotéricas que evocaban el culto de la fertilidad y la búsqueda de la pureza.
Aquí surge la siguiente pregunta: ¿cómo es posible que haya inscripciones proto-sumerias en un vaso encontrado cerca al Titicaca, a unos 3800 metros de altura sobre el nivel del mar, distante decenas de miles de kilómetros del lugar de expansión de la civilización sumeria?
En mi opinión, la Fuente Magna es auténtica y es uno de los objetos antiguos más importantes del mundo a través del cual se puede conocer el pasado remoto de la humanidad, así como sus viajes interoceánicos.
Primero que todo, debe recordarse que la existencia del Nuevo Mundo era perfectamente conocida por los Fenicios y Cartagineses que circunnavegaron África en el I milenio antes de Cristo, pero sus conocimientos provenían de los Sumerios, el pueblo que a menudo se asocia erróneamente con “el nacimiento de la civilización”.
Se sabe que los Sumerios navegaban en sus embarcaciones a través de los canales del Tigris y del Éufrates con el fin de comerciar. No obstante, se conoce poco sobre la navegación marítima de los Sumerios, que tenía como base la actual isla de Bahréin, donde recientes excavaciones demostraron la existencia de un puerto comercial que estaba en actividad en el tercer milenio antes de Cristo. En los textos sumerios, el actual Bahréin se llamaba Dilmoun, y desde allí, las flotas sumerias partían hacia la desembocadura del Indo, de donde remontaban el gran río, llegando a Mohenjo-Daro para intercambiar tejidos, oro, incienso y cobre. Las embarcaciones sumerias eran lanchas que podían desplazar hasta 36 toneladas.
Según Bernardo Biados, los Sumerios circunnavegaron África ya en el tercer milenio antes de Cristo, pero, una vez que llegaron a las islas de Cabo Verde, encontraron bloqueado el paso por vientos contrarios que soplan incesantemente hacia el sureste. Por tanto, se vieron obligados a hacer ruta hacia el oeste en busca de vientos favorables. Fue así que llegaron, por casualidad, a Brasil, a las costas del actual Piauí o Maranhao. De esos puntos exploraron el continente remontando los afluentes del Río Amazonas; en particular, el Madeira y el Beni.
De esta manera, llegaron al altiplano andino, que probablemente en el 3000 a.C. no tenía un clima tan frío. Se mezclaron con la población Pukara, que a su vez provenía de la Amazonía (expansión Arawak), y con los pueblos Colla (cuyos descendientes hablan hoy la lengua aimara). La cultura sumeria influenció a la gente del altiplano, no sólo en lo que respecta a lo religioso, sino también a lo lexical. Muchos lingüistas, en efecto, encontraron muchas similitudes entre el proto-sumerio y el aymara.
Algunos sumerios regresaron al Viejo Mundo, llevando consigo coca, que fue hallada también en las momias de algunos faraones egipcios.
Últimamente, Bernardo Biados y Freddy Arce analizaron y estudiaron a fondo el monolito de Pokotia, que contiene interesantes inscripciones en la parte dorsal, las cuales pueden relacionarse también con viajes interoceánicos acaecidos antes del tercer milenio a.C.
Sólo con un estudio comparado de genética, arqueología, lingüística y ciencia epigráfica se podrá llegar, en un futuro, a la real comprensión de las relaciones entre los antiguos pueblos del mundo, con el fin de poder trazar un mapa detallado de toda la evolución humana.
YURI LEVERATTO


LA FUENTE MAGNA,
EREDITÀ DEI SUMERI NEL NUOVO MONDO

Uno dei reperti archeologici più controversi dell’intera America è la Fuente Magna, detta anche Vaso Fuente, un grande vaso di pietra, simile ad un recipiente per effettuare libagioni, battesimi o cerimonie purificatorie.
Secondo la versione ufficiale il vaso fu scoperto in Bolivia nel 1960, da un contadino, in un terreno privato che si dice sia appartenuto alla famiglia Manjon, situato a Chua, circa 80 chilometri da La Paz, nelle vicinanze del lago Titicaca.
Nella parte esterna il vaso riporta alcuni bassorilievi zoomorfi (di origine Tihuanacoide), mentre nell’interno, oltre a una figura zoomorfa o antropomorfa (a seconda dell’interpretazione), vi sono incisi due tipi di differenti scritture, un alfabeto antico, proto-sumerico, e il quellca, idioma dell’antica Pukara, civiltà antesignana di Tiwanaku.
Nel 1960 l’archeologo boliviano Max Portugal Zamora attuò alcuni piccoli lavori di restauro sul vaso di pietra, e tentò di decifrare senza successo la misteriosa scrittura che è incisa nella parte interna.
Il vaso fu consegnato da un membro della familia Manjon al municipio di La Paz nel 1960. In cambio la familia Manjon ottenne un terreno in una zona adiacente la capitale.
L’oggetto rimase in uno scantinato del “Museo de los metales preciosos” per 40 anni.
Fino alla fine del XX secolo nessuno sapeva in realtà da dove venisse la Fuente Magna, e nessuno poteva immaginare la straordinaria e affascinante storia che racchiude.
Nel 2000 due ricercatori di La Paz, l’argentino Bernardo Biados e il boliviano Freddy Arce, viaggiarono fino a Chua, luogo situato nel nord del lago Titicaca, e chiesero informazioni ai nativi di lengua aymara sul ritrovamento della Fuente Magna nel 1960.
Inizialmente nessuno sapeva dare informazioni, nè sul Vaso Fuente, nè sulla famiglia Manjon, che sembrava essere scomparsa nel nulla. Successivamente incontrarono un anziano di 92 anni, detto Maximiliano, che dopo aver osservato una foto della Fuente Magna, la riconobbe come sua, e la denominò in spagnolo “el plato del chanco”, ovvero il vaso dove mangiavano i maiali.
Maximiliano dichiarò che il vaso fu trovato molti anni prima nelle vicinanze del villaggio e non gli fu data alcuna importanza fino a quando alcuni uomini lo portarono via (forse pagando un corrispettivo), per poi consegnarlo al municipio di La Paz.
Proprio così: uno degli oggetti più importante dell’intera Storia umana era utilizzato da un campesino come recipiente per dar da mangiare ai maiali!
Bernardo Biados e Freddy Arce fotografarono e studiarono a fondo il celebre vaso, giungendo alla conclusione che era utilizzato nell’antichità per cerimonie religiose purificatorie. I due ricercatori inviarono le foto delle iscrizioni al famoso epigrafista statunitense Clyde Ahmed Winters, che decifrò le enigmatiche iscrizioni proto-sumeriche che si trovano all’interno della Fuente Magna.
Ecco la traduzione del pannello centrale dove vi sono i caratteri cuneiformi: 
Avvicinati nel futuro ad una persona dotata di grande protezione nel nome della grande Nia. Questo oracolo serve alle persone che vogliono raggiungere la purezza e rafforzare il carattere. La Divina Nia diffonderà purezza, serenità, carattere. Usa questo talismano (la Fuente Magna), per far germogliare in te saggezza e serenità.
Utilizzando il santuario giusto, il sacrario unto, il saggio giura di intraprendere il giusto camino per raggiungere la purezza e il carattere. Oh sacerdote, trova l’unica luce, per tutti coloro che desiderano una vita nobile.
Secondo i testi antichi Ni-ash (Nammu o Nia), era la Dea che diede luce al Cielo e alla Terra, al tempo dei Sumeri. Il bassorilievo situato nella parte interna del vaso, che può richiamare ad una rana (simbolo di fertilità), secondo alcuni ricercatori è proprio la rappresentazione di Nia, la Dea dei Sumeri.
Gli altri simboli che si trovano ai lati del bassorilievo en ella parte adiacente alle incisioni proto-sumeriche, sono stati interpretati come quellca, idioma scritto della civiltà Pukara, ma non sono stati decifrati.
Nella parte esterna del vaso ci sono alcuni bassorilievi zoomorfi, che richiamano la cultura di Tiwuanaku: pesce e serpente. E’ molto probabile che la Fuente Magna venisse utilizzata come vaso sacro per cerimonie esoteriche, che richiamavano il culto della fertilità e la ricerca della purezza.
A questo punto sorge la domanda? Come è possibile che vi siano delle iscrizioni proto-sumeriche in un vaso ritovato presso il Titicaca, a ben 3800 metri d’altezza sul livello del mare, distante decine di migliaia di chilometri dal luogo di espansione della civiltà dei Sumeri?
A mio parere La Fuente Magna è autentica, ed è uno degli oggetti antichi più importanti del mondo, attraverso il quale si può venire a conoscenza del passato remoto dell’umanità e dei suoi viaggi interoceanici.
Innuanzitutto si deve ricordare che l’esistenza del Nuovo Mondo era perfettamente conosciuta ai Fenici e ai Cartaginesi che circumnavigarono l’Africa nel I millennio prima di Cristo. Ma le loro conoscenze derivavano dai Sumeri, il popolo che spesso si associa erroneamente con la “nascità della civiltà”.
E’ noto che i Sumeri navigavano sulle loro imbarcazioni attraverso i canali del Tigri e dell’Eufrate allo scopo di commerciare. E’ invece poco conosciuta la navigazione marittima dei Sumeri, che avevano come base l’attuale isola di Bahrein, dove recenti scavi hanno dimostrato l’esistenza di un porto commerciale che era in attività nel terzo millennio prima di Cristo. Nei testi Sumeri l’odierno Behrein era identificato come Dilmoun, e da quel punto le flotte sumere partivano per la foce dell’Indo da dove rimontavano il grande fiume, giungendo a Mohenjo-Daro, per intercambiare tessuti, oro, incenso e rame. Le imbarcazioni sumere erano lance che potevano dislocare fino a 36 tonnellate.
Secondo Bernardo Biados i Sumeri circumnavigarono l’Africa già nel terzo millennio prima di Cristo, ma, arrivati presso le isole di Capo Verde, si trovarono sbarrato il passaggio dai venti contrari che soffiano incesantemente verso sud-est. Si trovarono pertanto obbligati a fare rotta verso ovest, cercando venti favorevoli. Fu così che giunsero occasionalmente in Brasile presso le coste dell’attuale Piauì o Maranhao. Da quei punti esplorarono il continente risalendo gli affluenti del Rio delle Amazzoni, in particolare il Madeira e il Beni.
In questo modo arrivarono all’altopiano andino, che probabilmente nel 3000 a.C. non aveva un clima così freddo. Si mischiarono così alle genti Pukara che a loro volta provenivano dall’Amazzonia (espansione Arawak), e ai popoli Colla (i cui discendenti parlano oggi la lingua aymara). La cultura Sumera influenzò le genti dell’altopiano, non solo dal punto di vista religioso, ma anche lessicale. Molti linguisti infatti hanno trovato molte similitudini tra il proto-sumerico e l’aymara.
Alcuni Sumeri rientrarono nel Vecchio Mondo e vi trasportarono la coca, che fu trovata anche nelle mummie di alcuni faraoni egizi.
Ultimamente Bernardo Biados e Freddy Arce hanno analizzato e studiato a fondo il monolito di Pokotia, che riporta interessanti iscrizioni nella parte dorsale, che possono anch’esse essere relazionate con viaggi inter-oceanici avvenuti antecedentemente al terzo millennio a.C.
Solo con lo studio comparato di genetica, archeologia, linguistica e scienza epigrafica si potrà giungere in futuro alla reale comprensione delle relazioni tra gli antichi popoli del mondo, in modo da poter tracciare così una mappa dettagliata dell’intera evoluzione umana.
YURI LEVERATTO

Pokotia


EL ENIGMA DEL MONOLITO DE POKOTIA,
EMBLEMA DE LA CIVILIZACIÓN PUKARA

El monolito de Pokotia es una estatua de piedra antropomorfa, de unos 170 cm de altura, que fue descubierta alrededor de 1960 en el sitio de Pokotia, a 2 kilómetros aproximadamente de la ciudad de piedra de Tiahuanaco.
En el 2002, los investigadores Bernardo Biados, Freddy Arce, Javier Escalante, César Calisaya, Leocadio Ticlla, Alberto Vásquez, Álvaro Fernholz, Omar Sadud, Paulo Batuani y Rodrigo Velasco, analizaron el monolito, el cual se encontraba en el Museo de metales preciosos de La Paz, y se dieron cuenta de que contiene inscripciones no sólo en la parte frontal, sino también en la dorsal.
Lamentablemente, no fue posible regresar al lugar exacto donde el monolito fue encontrado, ya que eso habría permitido efectuar un serio estudio estratigráfico. En todo caso, del análisis de la estatua se puede afirmar que ésta pertenece a un período anterior a la civilización Tiwanaku clásica. En mi opinión, el monolito de Pokotia pudo haber sido tallado en una época antecedente al florecimiento de la civilización Pukara.
Según la lingüística oficial, el término Pukara viene del quechua y significa fortaleza o lugar estratégico de donde se puede supervisar un valle o la confluencia de dos ríos.
La civilización Pukara tenía su centro en la ciudadela fortificada que se encuentra a 61 kilómetros al norte de Juliaca, en el departamento de Puno. Sin embargo, el término Pukara es tan común en los valles al norte del lago Titicaca (el sitio de Poquera y también los petroglifos de Pusharo, situados mucho más lejos, en el río Palotoa, en el Madre de Dios), que lleva, en mi opinión, a descubrir el origen de la civilización Pukara en la Amazonía.
Probablemente, algunos indígenas de origen arawak se dirigieron hacia la sierra alrededor del VI milenio antes de Cristo, con el fin de intercambiar sus productos. Algunos de ellos se detuvieron en el altiplano y, mezclándose con los nativos de origen Colla, dieron inicio a las culturas Chiripa y Qaluyo (lo prueban también los petroglifos de Quiaca, muy similares a los de Pusharo), y sucesivamente a la civilización Pukara.
El lugar donde fue hallado el monolito de Pokotia fue reconocido por algunos investigadores como un lugar sagrado o un oráculo.
Según el estudioso Clyde A. Winters, en el monolito de Pokotia hay varias inscripciones (de origen proto-sumerio), pero las más importantes están debajo de las manos (que están apoyadas en los muslos) y en la parte dorsal (en la espalda de la estatua).
Esta es la traducción de las inscripciones que se encuentran en la parte frontal, según Clyde A. Winters:
Divulguen a toda la humanidad la apertura del oráculo de Putaki. Se proclama que la estirpe de Putaki será estimada en el tiempo. Actúa justamente, de modo que el oráculo pueda divulgar la sabiduría. Aprecia el culto. Todos deben dar testimonio de la voluntad divina. El adivino interpretará la guía del oráculo, con el fin de anunciar las reglas que regirán a la humanidad. Los ciudadanos darán testimonio a favor del ser humano, que difundirá sabiduría y será ejemplo de carácter fuerte.
En la parte frontal izquierda de la estatua hay otra inscripción que se interpreta así:
El chamán proclama la inmensa importancia de este lugar, el poder de la divinidad, con el fin de entregar la sabiduría al hombre.
Luego hay dos incisiones adicionales en la misma parte frontal:
Oh, gran Putaki, hombre sabio y progenitor de muchas gentes.
Y otra más:
Jura dar testimonio de carácter y sabiduría. Da testimonio del poder de la divinidad, con el fin de reforzar tu carácter.
En la mano del monolito estaría escrito, todavía según Winters:
El oráculo de Putaki conduce al hombre a la verdad. Este oráculo precioso hará germinar la estima, ahora testimonia su fuga.
En lo que respecta a la parte dorsal del monolito, hay varias interpretaciones. Según Clyde A. Winters, esta sería la traducción:
La norma ideal es el oráculo. Este oráculo lleva al conocimiento de la voluntad divina. Distribuye a toda la humanidad la voluntad divina. Entiende el sentido de la voz perfecta. El oráculo esparcirá serenidad. Escuchen el oráculo, llamen al adivino. El adivino habla sabiamente. La voluntad divina será visible y destellante, saliendo de la boca del oráculo. Escuchen al adivino, escuchen el oráculo para poder adquirir sabiduría y carácter. Escuchen el oráculo para difundir la voluntad divina, siguiendo el Bien legítimo y justo. Invoca el alimento puro para el oráculo. Oh, oráculo, eres el testimonio de la pureza. Difundirás serenidad y sabiduría. El oráculo de Putaki es padre de la sabiduría y beneficio para todos. Se volverá un testimonio visible de la sabiduría y de la voluntad divina. Difundirás la voluntad divina y serás testimonio de su poder.
Según Winters, por tanto, el monolito de Pokotia era un oráculo de nombre Putaki.
Las inscripciones que hay allí grabadas estarían en proto-sumerio pictográfico, aunque no cuneiforme como en la Fuente Magna. Los autores de las inscripciones del monolito de Pokotia serían entonces los mismos que hicieron las incisiones de la Fuente Magna, en un período comprendido entre el 3000 y el 2000 a.C.
Winter también sugiere que el proto-sumerio derivaría, junto al proto-dravídico y al proto-mandé, de pueblos que vivieron en el Sahara antes del diluvio.
Hay también otra traducción de las inscripciones dorsales del monolito de Pokotia. Es una interpretación del quellca pictográfico, el antiguo idioma del altiplano andino, hablado quizás por un restringido círculo de sacerdotes en la cultura Pukara o en la Tiahuanaco clásica.
Según esta interpretación, que se basa incluso en cálculos arqueo-astronómicos, las inscripciones situadas en el dorso del monolito significarían:
En el tiempo en que Manco Capac y Mama Ocllo salieron de las aguas del lago Titicaca, apareció en el cielo una nueva estrella justo al lado de la Cruz del Sur. Sucesivamente, la estrella se hizo más pequeña y luego desapareció del cielo. Se veía sobre los montes en el horizonte entre dos montañas y comenzó a brillar el tercer día del cuarto mes.
Según esta interpretación, por lo tanto, la parte dorsal del monolito relataría la explosión de una supernova, justo cuando la célebre leyenda de Manco Capac y Mama Ocllo contaba que ellos salieron, o bien, “nacieron” del lago Titicaca.
Después de haber analizado tanto la Fuente Magna como el monolito de Pokotia, estoy cierto afirmar que los dos hallazgos son auténticos y que ambos contienen inscripciones proto-sumerias y quellcas.
Como ya señalé en mi artículo sobre la Fuente Magna, concuerdo totalmente con la tesis de Bernardo Biados, según la cual los sumerios circunnavegaron África ya a partir del 3000 a.C.
El hecho de que, una vez que llegaran a Cabo Verde, se enfrentaran a vientos contrarios, hizo que se dirigieran y se adentraran en el océano en busca de vientos favorables (la misma ruta fue recorrida siglos más tarde por los fenicios, los cartagineses y los portugueses).
Fue así como, accidentalmente, los navegantes sumerios se encontraron en las costas de Brasil, probablemente en los actuales estados del Piauí o Marañao. Como estaban en busca de metales, se dirigieron al interior del continente y, navegando a lo largo del río Madeira y del Beni, llegaron al altiplano andino, lugar que, además de ser rico en metales, es considerado sagrado desde tiempos arcaicos, por la existencia misma del lago Titicaca, el más alto del mundo.
Algunos sumerios permanecieron en el altiplano andino y se mezclaron con las etnias Colla y Arawak, mientras que otros regresaron a su patria.
Es interesante ver las similitudes, sobre todo en las consonantes, de los siguientes términos:
Pusharo (PSR), Pukara (PKR), Pokotia (PKT), Putaki (PTK). Por consiguiente, es posible que el origen de la civilización Pukara y, sucesivamente, del sitio de Pokotia (con el oráculo de Putaki), sea la selva amazónica, con los enigmáticos petroglifos de Pusharo, que, en mi opinión, indican un lugar estratégico utilizado por pueblos de la selva durante su largo recorrido hacia la sierra.
Si se aprueban ulteriores excavaciones en Tiwanaku y en Pokotia, con el propósito de escudriñar qué hay en una profundidad de unos 30 metros, podrían descubrirse importantes yacimientos proto-Pukara y quizás también otros antiguos rastros de la presencia de los sumerios en el Nuevo Mundo.
YURI LEVERATTO


L’enigma del monolito di Pokotia,
emblema della civiltà Pukara

Il monolito di Pokotia è una statua di pietra antropomorfa, alta circa 170 cm, che fu trovata intorno al 1960 nel sito di Pokotia, a circa 2 chilometri dalla città di pietra di Tiahuanaco.
Nel 2002 i ricercatori Bernardo Biados, Freddy Arce, Javier Escalante, Cesar Calisaya, Leocadio Ticlla, Alberto Vasquez, Alvaro Fernholz, Omar Sadud, Paulo Batuani e Rodrigo Velasco hanno analizzato il monolito, che si trovava nel Museo de metales preciosos a La Paz, e si sono resi conto che riportava delle iscrizioni non solo nella parte frontale, ma anche nel dorso.
Purtroppo non è stato possibile risalire al luogo esatto dove il monolito fu trovato, ciò avrebbe permesso attuare un serio studio stratigrafico. In ogni modo dall’analisi della statua si può affermare che appartiene ad un periodo antecedente alla civiltà Tiwanaku classica. A mio parere il monolito di Pokotia potrebbe essere stato intagliato in un periodo antecedente al fiorire della civiltà Pukara.
Secondo la linguistica ufficiale il termine Pukara viene dal Quechua e significa fortezza, o luogo strategico da dove si può controllare una vallata o la confluenza di due fiumi.
La civiltà Pukara aveva il suo centro nella cittadella fortifificata che si trova 61 chilometri al nord di Juliaca, nel dipartimento di Puno. Il termine Pukara però è così frequente nelle vallate a nord del lago Titicaca (il sito di Poquera e anche i petroglifi di Pusharo, situati molto più lontani, presso il fiume Palotoa, nel Madre de Dios), che porta a mio parere ad individuare l’origine della civiltà Pukara nell’Amazzonia.
Probabilmente alcuni indigeni di origine Arawak si spinsero verso la Sierra intorno al VI millennio prima di Cristo, per intercambiare i loro prodotti. Alcuni di loro si fermarono nell’altopiano e, mischiandosi con i nativi di origene Colla, diedero inizio alle cultura Chiripa e Qaluyo (lo provano anche i petroglifi di Quiaca, molto simili a quelli di Pusharo), e successivamente alla civiltà Pukara.
Il luogo dove fu trovato il monolito di Pokotia fu individuato da alcuni ricercatori come un sito sacro o un oracolo.
Secondo lo studioso Clyde A. Winters nel monolito di Pokotia vi sono varie iscrizioni (di origine proto-sumerica), ma le più importanti sono al di sotto delle mani (che sono appoggiate alle coscie), e nella parte dorsale (nella schiena della statua).
Questa è la traduzione delle iscrizioni che si trovano nella parte frontale, secondo l'epigrafista Clyde A. Winters:
Divulga a tutta l’umanità l’apertura dell’oracolo di Putaki. Si proclama che la stirpe di Putaki sarà stimata nel tempo. Agisci in modo giusto in modo che l’oracolo possa divulgare la saggezza. Apprezza il culto. Tutti devono testimoniare la volontà Divina. L’indovino interpreterà la guida dell’oracolo, in modo da rendere note le regole che guideranno l’umanità. I cittadini testimonieranno in favore dell’essere umano che diffonderà saggezza e sarà esempio di carattere forte.
Nella parte frontale sinistra della statua vi è un ulteriore decrizione che viene così interpretata:
Lo sciamano proclama l’immensa importanza di questo luogo, il potere della Divinità, in modo da consegnare la saggezza all’uomo.
Ci sono poi due altre incisioni addizionali, sempre nella parte frontale:
Oh grande Putaki, uomo saggio e progenitore di molte genti.
E ancora:
Giura di testimoniare carattere e saggezza. Porta testimonianza del potere della Divinità in modo da rafforzare il tuo carattere.
Nella mano del monolito vi sarebbe scritto, sempre secondo Winters:
L’oracolo di Putaki conduce l’uomo alla verità. Questo oracolo prezioso farà germogliare la stima, ora testimonia la sua fuga.
Per quanto riguarda la parte dorsale del monolito, ci sono varie interpretazioni. Secondo Clyde A. Winters questa sarebbe la traduzione:
La norma ideale è l’oracolo. Questo oracolo porta alla conoscenza della volontà divina. Distribuisci a tutta l’umanità la volontà divina. Cogli il senso della voce perfetta. L’oracolo spargerà serenità. Ascolta l’oracolo, chiamate l’indovino. L’indovino parla in modo saggio. La volontà divina diventerà visibile e scintillante, uscendo dalla bocca dell’oracolo. Ascoltate l’indovino, ascoltate l’oracolo per poter chiamare a voi saggezza e carattere. Ascoltate l’oracolo per diffondere la volontà divina, seguendo il Bene legittimo e giusto. Chiama a te il nutrimento puro per l’oracolo. Oh oracolo, sei il testimonio della purezza. Diffonderai serenità e saggezza. L’oracolo di Putaki è padre della saggezza e beneficio per tutti. Diventerà un testimonio visibile della saggezza e della volontà divina. Diffonderai la volontà divina e sarai testimonio del suo potere.
Secondo Winters pertanto, il monolito di Pokotia era un oracolo il cui nome era Putaki. Le iscrizioni che vi sono incise sarebbero in proto-sumero pittografico, anche se non cuneiforme come nella Fuente Magna. Gli autori delle iscrizioni del monolito di Pokotia sarebbero pertanto gli stessi che incisero la Fuente Magna, in un periodo compreso tra il 3000 e il 2000 a.C.
Sempre secondo Winter il proto-sumero deriverebbe, insieme al proto-dravidico, e al proto-mande, da popoli che vissero nel Sahara prima del diluvio.
Vi è poi un'altra traduzione delle iscrizioni dorsali del monolito di Pokotia. E’ un interpretazione del quellca pittografico, l’antico idioma dell’altopiano andino, parlato forse da una ristretta cerchia di sacerdoti nella cultura Pukara e nella Tiahuanaco classica.
Secondo questa interpretazione, che si basa anche su calcoli archeo-astronomici, le iscrizioni situate sul dorso del monolito significherebbero:
Nel tempo che Manco Capac e Mama Ocllo uscirono dalle acque del lago Titicaca, apparì nel cielo una nuova stella proprio al lato della Croce del Sud. Successivamente la stella si fece più piccola e quindi scomprave nel cielo. Si vedeva sopra le montagne all’orizzonte tra due montagne e iniziò a brillare il terzo giorno del quarto mese.
Secondo questa interpretazione quindi, la parte dorsale del monolito relaterebbe l’esplosione di una supernova, proprio quando la celebre leggenda di Manco Capac e Mama Ocllo situerebbe la loro uscita dal lago Titicaca ovvero la loro “nascita”.
Dopo avere analizzato sia la Fuente Magna che il monolito di Pokotia mi sento di affermare che i due reperti sono autentici ed entrambi riportano delle iscrizioni proto-sumeriche e quellca.
Come già da me ribadito nel mio articolo sulla Fuente Magna, concordo pienamente con la tesi di Bernardo Biados secondo la quale i Sumeri circumnavigarono l’Africa già a partire dal 3000 a.C.
Il fatto che, una volta arrivati presso Capo Verde, abbiano trovato venti contrari, li ha spinti ad inoltrarsi nell’oceano, alla ricerca di venti favorevoli (la stessa rotta fu percorsa secoli più tardi da Fenici, Cartaginesi e Portoghesi).
Fu così che, accidentalmente, i navigatori Sumeri si trovarono presso le coste del Brasile, probabilmente negli attuali Stati del Piauì o Maranhao. Siccome erano in cerca di metalli si diressero verso l’interno del continente e, navigando lungo il fiume Madeira e il Beni giunsero sull’altopiano andino, luogo oltrechè ricco di metalli, considerato sacro fin da tempi arcaici, per l’esistenza stessa del lago Titicaca, il più alto del mondo.
Alcuni Sumeri si fermarono nell’altopiano andino e si mischiarono con le etnie Colla e Arawak, mentre altri tornarono in patria.
E’ interesante verificare come i termini seguenti mostrino similarità, soprattutto nelle consonanti: Pusharo (PSR), Pukara (PKR), Pokotia (PKT), Putaki (PTK). E’ pertanto possibile che l’origine della civiltà Pukara, e successivamente del sito di Pokotia (con l’oracolo di Putaki), sia la selva amazzonica, con gli enigmatici petroglifi di Pusharo, che a mio parere indicano un luogo strategico utilizzato da popoli della selva durante il loro lungo percorso verso la Sierra.
Se ulteriori scavi saranno approvati a Tiwanaku e Pokotia, con il proposito di scoprire cosa vi sia alla profondità di ben 30 metri, potrebbero venire alla luce importanti giacimenti proto-Pukara, e forse anche altre antiche tracce della presenza dei Sumeri nel Nuovo Mondo.
YURI LEVERATTO

le Catharisme

LES PRINCIPES DU DOGME

     Le Catharisme trouve ses racines dans le Christianisme archaïque des débuts, et possède un certain parallélisme avec la religion Perse Bogomile, bien que celle-ci en diffère par bien des aspects.
     Les hérésies Chrétiennes du XIe siècle se recoupent toutes plus ou moins, mais le Catharisme tranche par sa complexité, et surtout, son organisation "hiérarchique" par rapport aux autres hérésies. Il s'est répandu à travers toute l'Europe en passant par la Turquie, et la botte Italienne. Il ne perdura cependant que dans le Sud de la France, et dans quelques îlots isolés en Europe, endroits où l'intransigeance de Rome se faisait peu ressentir.
     Ainsi que mentionné plus haut, les Cathares se réclammaient de la Chrétienté, et s'appuyaient sur le Nouveau Testament, donnant une position capitale aux Evangiles (l'Ancien testament était considéré comme l'histoire d'un Dieu différent du leur).
     Les Cathares ont une vision dualiste du monde: Dieu est par essence bon, il ne peut donc être responsable des malheurs du monde. Le mal est son principe contraire absolu, ce qui mène à la conclusion suivante: il existe deux créations, celle issue du bien, et celle issue du mal (tout cela reposant sur une différence d'interprétation d'un verset de l'Evangile de St Jean!). Ainsi, tout ce qui est matériel est mauvais et œuvre de Satan (le premier des anges Déchus), et tout ce qui est spirituel, est bon et œuvre de Dieu.
     L'Homme est un être fait de matière, il ne peut donc pas être une créature Divine. Pour le créer, Satan séduisit des anges de Dieu et les emprisonna dans des corps de chair. L'âme, contenue dans le sang, leur confèra la vie même (si un homme perd son sang, il meurt). Ainsi un homme comprend trois entités distinctes: le Corps (mauvais), l'Esprit (bon et immortel), et l'Âme (source de vie).
L'Esprit est immortel, mais ne sera libéré que par le consolament, l'obligeant à se réincarner sans fin tant que celui-ci n'est pas acquis (cette réincarnation n'a rien à voir avec celle des Hindous (qui pensent qu'une vie exemplaire permet de se réincarner en un être humain plus noble et plus pur).
     Procédant de ce principe, le Christ, considéré par Rome comme Dieu incarné en un être de chair, ne peut être Dieu sous cette forme.
     Le Christ est un esprit envoyé par Dieu (et considéré comme son fils), venu pour rappeler aux hommes leur essence divine, et non le Rédempteur présenté par l'Eglise Catholique, conçu par Dieu et né de la Vierge Marie.


LA SOCIETE CATHARE

     La société Cathare était relativement hiérarchisée: il y avait des "Bons Hommes et Bonnes Femmes", ou encore "Bons Chrétiens", des Diacres, et des évêques.
Les Bons Hommes sillonnaient la région en allant par deux. Ils étaient vêtus de robes de bures et de sandales, vivaient de mendicité, et prêchaient la doctrine Cathare. Ils ne mangeaient pas d'aliment "issus du Coït animal", refusaient le mariage, et étaient appelés "Bons Hommes" parce qu'ils menaient, pour les Cathares, une vie exemplaire. Ils avaient reçu, et pouvaient donner le "Consolament" , une sorte de bénédiction/baptême, qui les rendait purs selon le rite Cathare. En général, ils donnaient le Consolamentum à un mourant, afin que l'Esprit qu'il renfermait puisse retrouver son origine divine, une fois que le corps aurait périt (l'âme, elle, s'échappait pour entrer dans un autre corps). Enfin, il n'y avait pas de ségrégation sexuelle puisque les femmes pouvaient très bien être des Bonnes Femmes(l'une des plus célèbres fut Esclarmonde de Foix, sœur du comte de Foix).
     Hors de leur vie de prêche, ils vivaient en communauté, et observaient un jeûne strict au Pain et à l'eau tous les deux jours, ainsi que trois jeûnes annuels. Ils ne consommaient pas d'oeuf, de lait, de fromage, ou de viande, mais ils mangeaient du poisson, nourriture Divine par essence. Ils travaillaient pour gagner leur vié, étaient ouvriers dans les champs, herboristes/soigneurs, etc...
(NOTA: le poisson était le signe de ralliement des premiers Chrétiens, le Soleil se levant dans la Constellation des poissons, et Jésus ayant multiplié le pain et les poissons pour nourrir ses fidèles)
     Les Diacres étaient les "supérieurs" des Parfaits, de même que les évêques étaient supérieurs aux Diacres, mais il n'existait pas à proprement parler de Diocèse. Nombre de Diacres furent tués lors de la prise de Monségur que je relaterai plus tard.
     Outre les Religieux Cathares, il y avait les croyants, villageois, seigneurs, qui vivaient et se reproduisaient comme leurs voisins Catholiques Romains, et recevaient le Consolament à leur mort, ou de leur vivant s'ils voulaient entrer en vie religieuse.


LE CONTEXTE POLITICO-HISTORIQUE

     Comme je l'ai dit plus haut, le Catharisme ne perdura que dans le Sud de la France, la zone de son extension couvre grosso-modo un losange dont les pointes seraient Albi au Nord, Toulouse à l'Ouest, Béziers à l'Est, et Carcassonne au Sud. Il comprend en fait deux comtés (Toulouse et Foix), et une Vicomté (Carcassonne). On peut aussi y inclure l'Aragon de l'époque, dont les sympathies étaient acquises au Comte de Toulouse Raimond VI.
     Cette région se trouvait depuis très longtemps au carrefour des principales routes commerciales (épices, sel, textiles,...), les seigneurs des lieux, sous la férule du Comté de Toulouse, et de la Vicomté de Trencavel (Béziers et Carcassonne), s'enrichissaient et recherchaient un raffinement spirituel et culturel de plus en plus poussé.
     En ce temps là, la papauté et l'Église de Rome donnaient au monde une piètre image de la Religion, vile et cupide, peu tournée vers la spiritualité, mais plus vers le pouvoir et l'argent, et distant de la vie de tous les jours, inaccessible aux petites gens. Cependant, ce pouvoir était craint par les grands monarques du monde Occidental, car le Pape avait le pouvoir d'excommunier les gens, les condamnant ainsi à la Damnation éternelle.
     Les Seigneurs Languedociens, las de ces débauches religieuses, furent séduits par la doctrine de ces paires d'hommes en noir, qui prêchaient l'ascétisme et une vie de pénitence. Ceci, alors même que les premières croisades étaient lancées pour reprendre Jérusalem aux Turcs (première croisade en 1065)...
     Quant aux petites gens, elle appréciaient la proximité de ces nouveaux religieux qui étaient souvent tisserands, herboristes, "médecins",… , proches du peuple et de sa misère (il n'étaient pas rare que les "Parfaits" connaissent chacun des habitants du village par leur prénom par exemple). Ainsi, le Catharisme fit doucement son nid en Languedoc (Carte des églises Cathares D'après le N° Spécial d'Histoire Médiévale Fév. 2003).
L'avènement du jeune Pape Innocent III, environ deux siècles plus tard, allait sonner le début de la chasse à l'Hérétique cathare...
     Les Cathares , riches, puissants étaient une menace pour la suprématie de Rome, et s'étendaient en Europe (Carte des évêchés Cathares D'après le N° Spécial d'Histoire Médiévale Fév. 2003). De plus, ils avaient déclaré que la Terre était l'œuvre du Diable, et que le "Christ-chair" ne pouvait être Dieu, Ô hérésie suprême. Innocent III déclara le dogme hérétique, et demanda au Roy de France Philippe-Auguste d'envoyer une armée de croisés. C'est aussi à cette époque que le futur Saint Dominique créa la communauté des frères prêcheurs, des religieux proches du bas peuple, qui n'hésitaient pas à discuter, à s'intéresser aux petites préoccupations de chacun, et faisaient ainsi un merveilleux travail de conversion, avec un autre ordre récent, celui des Franciscains… Ce fut le début de l'Inquisition...
     Le Roy de France Philippe-Auguste voyait lui dans cette croisade un tout autre intérêt… Le Languedoc avait toujours été fier et indépendant, fonctionnant presque comme un royaume dans le royaume. Philippe-Auguste vît là l'opportunité de faire main basse sur toutes ces richesses, en même temps que faire taire ce vassal impétueux, et dangereux…
     La croisade des Albigeois fut certes une croisade religieuse, mais elle fut avant tout une guerre de conquête…


LA CROISADE DES ALBIGEOIS...

En 1207, Innocent III excommunie Raimond VI de Toulouse, grand ami des Cathares, pour manquement grave à l'ordre moral.
     Craignant que ses domaines ne lui soient confisqués, Raimond tente de se réconcilier avec Rome, et une rencontre avec son Légat, Pierre de Castelnau, est arrangée à Saint Gilles au début de 1208. Hélas, Pierre de Castelnau est assassiné. C'est une offense grave, et le Pape demande au Roy de France Philippe-Auguste d'envoyer un Ost (armée de Croisés) mené par un chef autoritaire, pour éradiquer la peste Cathare une bonne fois pour toutes...
     Ce chef sera Simon de Monfort, un petit seigneur du Nord, rustre et impitoyable, et détenteur de peu de possessions en son fief.
Nous sommes en 1208, la Croisade va durer 50 ans, et jusqu'à la mort de Guilhem Bellibaste, dernier Bonhomme, en 1321, l'Inquisition n'aura de cesse d'éradiquer cette dissidence.

(by dolphyns.free.fr)

Lamberto Caffarelli 1880-1963

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Giacomo Balla 1871-1958
Trasformazione forma-spirito 1918


la visione spirituale nell’arte di
Lamberto Caffarelli


di Giuseppe Fagnocchi



La scelta di ricordare, nell’ambito delle celebrazioni per il centenario (1903–2003) dell’intitolazione a Giuseppe Sarti della Scuola Comunale di Musica di Faenza, la figura di Lamberto Caffarelli scaturisce da due principali ordini di motivi:
-          rendere un omaggio particolare a colui che per cinque anni resse la Direzione dell’istituto faentino fino alla sua drammatica soppressione avvenuta nel 1925[I];
-          sottolineare almeno sinteticamente alcuni di quei tratti salienti della sua personalità che lo resero non solo una figura musicale di altissimo livello, anche se purtroppo ingiustamente rimasta isolata in ambito locale, ma in primis un intellettuale fermamente convinto e animato da una autentica e quindi sincera visione spirituale dell’arte con una conseguente alta missione affidata all’artista. Non si può infatti spiegare l’arte di Lamberto Caffarelli – e anzi forse la sua arte non sarebbe mai esistita – prescindendo dall’alto DOVERE spirituale che egli attribuiva all’artista, di accompagnare ciascuna creatura alla profonda ricerca del proprio volto umano.

Ripercorriamo quindi da un lato le fonti di dottrina e di pensiero e dall’altro quelle musicali sulle quali Caffarelli si nutrì costruendo il proprio personale e solido pensiero culminante nella realizzazione di L’arte nel mondo spirituale/Tre saggi come introduzione a una conoscenza cosmico-spirituale dell’Arte[II] ed in una cospicua produzione artistica anch’essa densa di ampie zone di intensa e affascinante originalità, nonché in una immensa mole di altri scritti.

Il milieu culturale di inizio Novecento nel quale il giovane Lamberto Caffarelli (Faenza, 6 agosto 1880 – ivi, 13 marzo 1963) visse e operò, era attraversato da intensi scambi di pensiero e di conoscenze legati non solamente al mondo occidentale ma sovente in stretto contatto ideale con civiltà extraeuropeee come risulta ampiamente testimoniato dalla progressiva e continua formazione del ricco e vario patrimonio librario del Maestro destinato ad ampliarsi, nonostante la sua monastica vita condotta in condizioni di povertà economica pressoché estrema, per tutta la sua vita e ora raccolto e custodito presso la nostra Biblioteca Comunale Manfrediana[III] il quale, di per sé, basterebbe a dimostrare le ampiezze di vedute del Nostro e le sue appassionate riflessioni nelle quali si imbatte ancora oggi lo studioso nello sfogliare quelle pagine piene di annotazioni e di numerosi e sparsi foglietti di appunti lasciati dal Maestro, segno di una sua presenza ancora tangibile e premurosa a fianco di chi vuole tentare di avvicinarsi a quelli che furono i suoi studi e le sue conseguenti personali meditazioni.
Il primo principale punto di contatto di Caffarelli con la cultura del suo tempo va identificato non (sol)tanto nel palpitante e inquieto panorama musicale europeo, ma nella più profonda ricerca spirituale che anche su di esso influì, ed in particolare nella c.d. cristologia filosofica[IV], scaturita su più fronti nel tentativo di individuare sostanziali ma spesso inimmaginabili nessi tra la filosofia occidentale moderna da un lato e la Bibbia dall’altro, che coinvolse molti pensatori del diciannovesimo e del ventesimo secolo tra cui in primo luogo anche autori prediletti e amati da Caffarelli quali Goethe, Novalis e Soloviev.
L’anelito alla conoscenza dell’Essere Caffarelli lo conobbe fin da giovanissimo: grazie presumibilmente alla intensa religiosità della madre il Nostro entrò in seminario (dove rimase dal 1891 al 1896) per poi, dopo esserne uscito, allontanarsi dall’ortodossia del cattolicesimo (anche se non va dimenticato come egli rimanesse comunque legato alla Chiesa faentina sia ufficialmente per il suo incarico di organista della cattedrale che esercitò dal 1900 fino al 1921, sia per i rapporti personali intrattenuti con alcuni esponenti del clero e per il suo essenziale slancio religioso che lo vedeva seguire in Cattedrale con particolare partecipazione estatica – così lo ricordano ancora i presbiteri più anziani – le celebrazioni della settimana santa) coinvolto sempre più dai percorsi offerti dalla teosofia ma soprattutto da una sua particolare e originale corrente, la società antroposofica fondata nel 1913 da Rudolph Steiner (1861 –1925) con sede a Dornach, località svizzera nei pressi di Basilea. Per Steiner l’io è soggetto a reincarnazione e una singolare forma di incarnazione è quella di Cristo[V] il quale, crocifisso, diviene lo spirito della terra e della natura fisica ed eterea degli uomini, apparendo ai suoi discepoli come luce: di qui la centralità della visione cristica, che dominerà appunto il pensiero del Nostro, culminante nel mistero della morte in croce, destinato a trasformarsi “paradossalmente” nell’apertura alla gioia infinita della nuova vita, e che l’uomo è chiamato a ripercorrere e a ricostruire attraverso un continuo processo triadico di evoluzione (sul quale Caffarelli elaborerà diverse sue composizioni articolate appunto in tre movimenti e denominate triodie[VI]) ma nello stesso tempo secondo un disegno incentrato sul principio della ciclicità (rappresentato sia dalla visione circolare della storia cosmica – il moto dei pianeti attorno al sole, il circolo dello zodiaco, il circolo delle quinte in musica[VII] – sia dalla dottrina teosofica della reincarnazione) grazie all’opera di mediazione e illuminazione, dovere e missione “sacerdotale”, dell’artista autentico.
“Mi rappresento la vita di un grande artista come un piccolo sistema planetario… di cui l’artista è il sole”[VIII] afferma Caffarelli nel suo saggio sopramenzionato mentre in un altro luogo non manca di sottolineare la difficoltà quasi impossibile di questa missione: “Tragedia dell’artista: limitare nella forma l’illimitabile”[IX], ossia riuscire a potere esprimere concetti infiniti e meta spazio-temporali (tra cui proprio l’idea di un tempo ciclico, eterno) nel linguaggio finito che si presenta all’uomo nella sua esistenza terrena (legato ad una dimensione temporale lineare-narrativa secondo il principio di causa-effetto che non ammette inversione).
Tale visione cristica costituisce pertanto il vero e proprio Leitmotiv per l’artista Caffarelli il quale non tarderà ancora a proclamare:

Ogni Genio scava nel Cristo.[…]
L’epoca precristiana ebbe i misteri Iranici, Egizi,Greci. Da questi misteri nasceva l’Arte Sacra. Il Mistero moderno è il Mistero del Golgatha. Da esso nasce l’Arte spirituale moderna.[X]

E sempre a proposito degli influssi filosofici e artistici legati all’evento della croce, centrale e decisivo sia nella storia di Cristo sia per l’intero mondo cristiano, vogliamo qui richiamare quanto espresso da uno dei massimi pensatori del Novecento Hans-Georg Gadamer (1900 – 2002) il quale esemplifica la propria riflessione ricorrendo a Novalis di cui Caffarelli, in evidente sintonia di pensiero, musicò sette liriche per canto e pianoforte[XI]:

La pretesa che conferì esclusività al messaggio cristiano fu il suo essere l’unica espressione religiosa che avesse superato realmente la morte annunciando, quale atto di redenzione, la sofferenza e la morte di Cristo al posto degli uomini. Nella prospettiva di questa pretesa esclusiva,la sublime solennità di una fede dei defunti trasfigurata in festa, appare come un unico grande rifiuto della morte. Si pensi a come il Novalis degli Inni alla Notte ne abbia fatto il punto di partenza della sua visione storico-filosofica[XII].

Giova ancora ricordare come il binomio arte-croce trovasse la sua inscindibile sintesi anche in un altro movimento agli inizi del Novecento assai diffuso, ossia il rosacrocianesimo di Joseph Péladan (1859 – 1918) che sintetizziamo qui con il celebre e sintomatico motto Ad Rosam per Crucem, ad Crucem per Rosam, seguito con particolare simpatia e attenzione da Caffarelli il quale così ebbe modo di esprimersi: “Molta luce ebbi da lui [ossia da Peladan] per comprendere l’arte”[XIII].

Ma non furono solo l’antroposofia o il rosacrocianesimo a focalizzare la recherche caffarelliana sulla centralità della figura di Cristo: già il teologo russo Vladimir Soloviev (1853 – 1900) aveva fondato le basi filosofiche del cristianesimo orientale in forma sistematica – ma nello stesso tempo con poetici slanci mistici dedicati in particolare alla Sapienza, incarnatasi dapprima in Sophie e in Sophia, della quale Maria è la realizzazione singola[XIV] – imperniandole sull’incarnazione di Cristo da lui intesa quale tappa conclusiva di una graduale manifestazione di Dio nella storia (teandria); mentre in ambito occidentale occorre menzionare come la grande visione evolutivo-triangolare Materia–Spirito–Cristo, individuata e sostenuta da Caffarelli secondo uno schema costituito alla base dall’antitesi tra materia rappresentata da Arimane e astrazione rappresentata da Lucifero con conseguente risoluzione sintetica di tali due opposti attraverso l’innalzamento al vertice che è Cristo, costituisse anche l’essenza della celebre professione di fede del grande teologo gesuita Pierre Teilhard de Chardin (1881–1955) il quale il 6 agosto 1923 festa della Trasfigurazione di Cristo (…e anche data di compleanno di Caffarelli) non potendo disporre del pane e del vino per celebrare la messa (si trovava infatti impegnato in una spedizione scientifica su un altopiano della Mongolia) si abbandonò ad una preghiera eucaristica “cosmica” poi tradotta nel suo Inno all’universo che celebra Materia e Storia nel loro incessante fremito evolutivo (provando così anche una conciliazione e una dimostrazione di compatibilità tra evoluzionismo e cristianesimo) come componenti di un più elevato sacrifico cosmico:

Credo che l’Universo è un’Evoluzione.

Credo che l’Evoluzione va verso lo Spirito.

Credo che lo Spirito si compie in qualcosa di Personale.
Credo che il Personale supremo è il Cristo universale.[XV]

Ecco quindi brevissimamente esposte alcune linee di quel fervente e poliedrico clima di idee a cui partecipa attivamente Lamberto Caffarelli sia attraverso le sue composizioni musicali (alle quali purtroppo il tempo ristretto del nostro intervento non può concedere il meritato spazio) sia attraverso i suoi scritti letterari, in particolare il più volte ricordato L’arte nel mondo spirituale (pubblicato a Faenza nel 1925) il cui solo titolo già ci rinvia ad un celebre scritto, Lo spirituale nell’arte, di Vassily Kandinsky, risalente al 1912.
Vari sono i luoghi comuni ad entrambi i lavori, anche se non mancano alcuni diversità nel pensiero dei loro autori e l’opera di Caffarelli sebbene posteriore risulta comunque dotata di una propria visibile autonomia nonché di una più articolata ricchezza di pensiero e di anelito alla conoscenza spirituale: Kandinsky infatti, ad esempio, pur apprezzando il movimento teosofico:

Questa società [la Società Teosofica legata alla signora Blavatzky] è composta di logge, che cercano di accostarsi ai problemi dello spirito attraverso la conoscenza interiore. I loro metodi si contrappongono a quelli positivistici, partono da premesse antiche e sono espressi con relativa precisione.
[…]
… questo ampio movimento spirituale è uno stimolo vigoroso, che raggiungerà come un grido di liberazione qualche cuore disperato, avvolto nelle tenebre e nella notte; è l’apparire di una mano che indica la via e offre aiuto[XVI].

si riferisce alla religiosità sempre in termini piuttosto generici senza mai accennare alla figura di Cristo o ad alcuni tratti identificanti elementi della dottrina cristiana quali i concetti di amore, di offerta suprema, di pane vivo, destinati invece a divenire elementi essenziali nel pensiero del Nostro; ma ciò non toglie affatto interesse ad un’analisi comparata dei due testi da cui emergono molteplici luoghi paralleli (sia per i contenuti, sia per le forme verbali scelte) di cui vogliamo qui offrire solo alcuni concisi esempi.

1. ORDINE (evoluzione della storia)
CAFFARELLI
Così [all’artista] dal suo proprio vivere nell’opera gli vien la rivelazione che la forma della vita ascensiva è Ordine: Ordine è l’organismo d’uno sviluppo. Un crescere, un arricchirsi di coscienza.[XVII]
KANDINSKY
La vita spirituale di cui l’arte è una componente fondamentale, è un movimento ascendente e progressivo, tanto complesso quanto chiaro e preciso. È il movimento della conoscenza.[XVIII]

2. ARTISTA SACERDOTE

CAFFARELLI
Mi rappresento la vita di un grande artista come un piccolo sistema planetario … di cui l’artista è il sole.[XIX]
KANDINSKY
Allora però arriva un uomo, che ci assomiglia, ma ha in sé una misteriosa forza “visionaria”. Egli vede e fa vedere.[XX]

3. EVOLUZIONE (triadica)

CAFFARELLI
Da queste [Bellezza e Arte Arimanica, Bellezza e Arte Luciferica] ci si deve come a vertice supremo, elevare all’Arte e Bellezza Cristica.[XXI]
Il Cristo è la chiave dell’universo. […] IL CRISTO E’ LA CHIAVE DELL’ARTE.[XXII]
KANDINSKY
Un grande triangolo … rappresenta in modo schematico, ma preciso, la via spirituale. … Il triangolo si muove lentamente, quasi impercettibilmente, verso l’alto.[XXIII]
L’arte … è una forza che ha un fine, e deve servire allo sviluppo e all’affinamento dell’anima, al movimento del triangolo.[XXIV]

4. PRIMITIVISMI (recupero delle origini – visione fenomenologica)

CAFFARELLI
Onde è cosa piena di significato … vedere che gli artisti di oggi ricercan non solo nelle forme della Bellezza ellenica e romana, ma in quelle dell’Egitto, dell’Assiria e della Caldea e perfino dei negri e dei selvaggi.[XXV]
KANDINSKY
È nata così, per certi aspetti, la nostra simpatia e la nostra capacità di comprensione per i primitivi, che sentiamo così vicini. Come noi, questi artisti puri miravano all’essenziale e rinunciavano ai particolari esteriori.[XXVI]

5. SCHOENBERG

CAFFARELLI
Schoenberg ... offre un ordine di inaudite esperienze musicali. […] Questo linguaggio è geroglifico. … visto dall’esterno può apparir Notte, ma dall’interno è Luce di nuova coscienza.[XXVII]
La musica [dodecamorfa] diventerà mentale. …non sarà più una esteriore costruzione di piacevoli temi, ma intrecci di suoni-forze, rapporti di suoni-forme, ricami di suoni-movimenti-archetipi. Tenderà a crear forme espansive delle quali il nucleo germinale è il suono archetipo.[XXVIII]
KANDINSKY
La totale rinuncia alla bellezza convenzionale, lasciano ancor oggi isolato il compositore viennese Arnold Schoenberg. … la musica di Schoenberg ci conduce in una regione nuova, dove le esperienze musicali non sono acustiche, ma puramente psichiche. Qui comincia la musica del futuro.[XXIX]

A proposito di Schoenberg (di cui parleremo più diffusamente in seguito) va comunque sottolineato come Caffarelli nel 1925 potesse già conoscere l’evoluzione in direzione dodecafonica del Maestro viennese (iniziata nel 1923 con lavori quali Serenade op. 24, il Valzer dai Fünf Klavierstücke op. 23 e il BläserQuintett op. 25), mentre Kandinsky potesse riferirsi solamente alla comunque significativa fase espressionistica con particolare riguardo ai dirompenti Drei Klavierstücke op. 11, che costituirono oltretutto il primo momento di contatto epistolare tra i due artisti, nonché alle tesi esposte da Schoenberg nel suo celebre Manuale di Armonia.

6. UNA RINNOVATA EPOCA DI SPIRITUALITA’

CAFFARELLI
Il mondo artistico attuale, dunque, che l’attività amorosa dell’uomo alzatosi a vita cristica fa sorgere è tal forma di GIOIA, della quale si può dir nota essenziale il cosciente stato di Unità creatrice dell’uomo col Mondo Spirituale.[XXX]
KANDINSKY
Ci stiamo avvicinando sempre più all’epoca della composizione consapevole, razionale. … lo spirito nella pittura [ma più in generale in tutte le espressioni artistiche] ha un rapporto diretto con la costruzione, già avviata, del nuovo regno spirituale. Perché questo spirito è l’anima dell’epoca della grande spiritualità.[XXXI]

Qui la differenza è piuttosto grande in quanto Caffarelli impernia dichiaratamente la propria spiritualità e il dovere dell’artista che ne consegue sulla centralità della figura di Cristo.

Investito della privilegiata missione di traghettare l’umanità dalle tenebre della morte alla luce della gioia rinnovata in Cristo attraverso la croce (“quia per sanctam crucem tuam redimisti mundum”) Caffarelli ripercorre, sempre nel suo saggio L’arte nel mondo spirituale, la storia dell’umanità, concentrandosi non solo sulla sete di conoscenza tipica dell’uomo occidentale, ma anche – come si accennava in apertura – sugli alti valori espressi dalle civiltà orientali, attingendo ancora una volta dalle radici teosofiche che guardavano con predilezione la via della sapienza nella contemplazione indiana implicante la teoria della reincarnazione. A tale scopo è significativo che nella ricca biblioteca musicale di Caffarelli compaia un saggio di E.Clements dal titolo Introduction to the study of Indian music risalente al 1913.
Caffarelli fissa comunque quale punto di partenza (e nello stesso tempo di arrivo) del proprio itinerario quel ricco e poliedrico gesto d’amore di Cristo nell’Ultima Cena, autoreferenziale offerta di se stesso attraverso il pane, spesso scambiato dall’homo aeconomicus esclusivamente quale merce di scambio per il mercante oppure quale cibo per colmare una fame contingente e transeunte, ma non visto quale essenziale nutrimento eterno:

Ma il pensatore vede [in quel pane] … il dono offerto da un’amore che mantiene i mondi alla vita dell’uomo: quel pane è per lui un atto d’amore, un’offerta allungata da un’invisibile mano. Quel pane si stacca sullo sfondo del Mistero cosmico. (…) Il vero nome delle cose lo diranno il poeta, il santo e il sapiente. [XXXII]

Ecco a chiare lettere affermato il dovere dell’artista di condurre l’Uomo alla gioia cristica in quanto per Caffarelli le tre figure del poeta, del santo e del sapiente appartengono ad uno stesso individuo, ossia a quell’homo religiosus il quale “cangia il senso in sentimento, e il sentimento in idea; perciò muove le cose da natura a umanità”. In forza a questo principio l’arte, ovvero la musica in particolare potrà e dovrà tendere a divenire “mentale” mediante una forma essenziale e consapevole che trova un celebre luogo parallelo nelle righe finali del Manuale di Armonia di Arnold Schoenberg dedicate alla Klangfarbenmelodie:

Tutto ciò [la melodia di timbri] può sembrare una fantasia avveniristica, e forse lo è: ma credo fermamente che si realizzerà, che essa è in grado di accrescere enormemente i godimenti dei sensi, della mente e dello spirito offerti dall’arte, che essa ci avvicinerà all’oggetto dei nostri sogni, che amplierà infine i nostri rapporti con ciò che oggi ci appare inanimato. Questo ci sarà possibile, ridando vita con la nostra stessa vita a ciò che ora è per noi momentaneamente morto, perché troppo debole è il vincolo che ad esso ci lega.[XXXIII]

Pertanto i modelli e i riferimenti musicali e letterari di Caffarelli non potranno riferirsi soltanto alle modalità di elaborazione del materiale sonoro, ma in primis all’alto profilo spirituale (che poi è da questo che spesso scaturiscono i grandi universi sonori o letterari) di quei Maestri i quali concepirono l’opera d’arte quale essenziale e mirabile affresco di conoscenza, una visione questa destinata ad essere riconosciuta come autentica e privilegiata in un altro saggio di Hans-Georg Gadamer pubblicato nel 1980 che in alcuni passi (che riportiamo e che sinteticamente ci permettiamo di commentare) sembra quasi voler sintetizzare il pensiero del Nostro (!):

La vera opera d’arte … comporta sempre un qualche elemento di sfida …
[abbiamo già sottolineato come Caffarelli avvertisse la tragedia dell’artista nel rapportare il finito della materia nella dimensione spazio-temporale umana all’infinito].
Non suscita soltanto un sentimento di piacere, ma ci pone nella necessità di indugiare presso di sé e di consentire alla sua provocazione. … è allora che l’uomo diviene cosciente della propria destinazione ‘soprasensibile’. La ‘contemplazione’ alla quale l’immaginazione tenta di elevarsi nell’intuizione dell’opera d’arte non è anch’essa di un’analoga infinita grandezza (e superiore potenza) in quanto ‘inesponibile’ per il concetto … bensì [possibile] nel flusso delle intuizioni interne nelle quali si costruisce per noi la visione del mondo.
[e la musica è il linguaggio più astratto, addirittura può rimanere nel silenzio della contemplazione della partitura o prevederne la logica e cosciente incompiutezza come già era avvenuto in Bach, in Beethoven, e come sarà per il Moses und Aron di Schoenberg].
Pertanto si può dire che, prima ancora di ogni conoscenza scientifico-concettuale, il modo in cui si guarda al mondo e al tutto dell’essere-nel-mondo trova la sua formazione nell’arte.[XXXIV]

Quali poterono essere, dunque, i maestri di (e secondo) Lamberto Caffarelli dai quali egli attinse ispirazione per la propria (lo ripetiamo) originale esperienza artistica mirata a tendere nelle varie tappe evolutive verso la “soluzione” cristica del mistero della vita e dell’universo?

Richard Wagner (1813 – 1883), specialmente per il misticismo presente in Parsifal, opera imperniata sul mistero della morte di Cristo così commentato da Caffarelli: “Così terra e primavera, nell’Incantesimo del Venerdì Santo del Parsifal wagneriano, si mostrano in una rinnovata spirituale naturalità.”[XXXV]

Aleksander Skriabin (1872 – 1915), il cui “Prometeo”, secondo le parole di Leonid Sabaneev apparse nel 1912 sullo storico almanacco Der Blaue Reiter: “è l’idea dell’arte come processo mistico che rende possibile una esperienza estatica dell’essere: l’estasi, la visione dei sommi programmi della Natura”[XXXVI].
Sabaneev delinea l’itinerario skriabiniano come l’evolversi progressivo di questa idea dove l’arte è innanzitutto religione, poi liberazione dello spirito dalle catene, autoaffermazione della personalità, poema dell’estasi che canta la gioia del libero evento, l’estasi creativa, facendo ricorso a tutti i mezzi. “Tutte le arti si sono associate in un tutto armonico e per uno scopo preciso: lo slancio religioso”[XXXVII]
L’accordo cardine del Prometeo va pertanto inteso come un accordo tematico che non ha bisogno di risoluzione: esso è formato dalle note do fa# sib mi, la re avendo quindi a fondamento l’intervallo di quarta eccedente (così come avviene anche in alcuni lavori di Caffarelli quale ad esempio la sezione iniziale della Triodia quarta): tale intervallo, diabolus in musica (forse proprio per una sua pericolosità di pensiero?) per molti secoli, diviene ora il cardine di tanti capolavori proprio per la sua funzione “circolare”, di perno dell’intera ottava, o se si preferisce della serie dei dodici suoni nell’ambito dell’ottava, come avviene nella complessa struttura dodecafonica e circolare del Mosè e Aronne di Schoenberg.
La disposizione dei suoni di un accordo non si relaziona quindi più secondo una “funzione” dell’accordo stesso, ma appunto in base alla particolare “Stimmung” che esso racchiude in sé: è a tale proposito interessante vedere come Caffarelli presenterà suoi due poemi musicali Kisa Gotami (basato sopra una leggenda buddista) e Adonie (sulla bellezza) proprio sullo stile dell’articolo di Sabaneev sopra citato, motivando in due libretti il significato spirituale dei principali procedimenti musicali da lui adottati.[XXXVIII]

Arnold Schoenberg (1874 – 1951)

Un vero e proprio elogio di Arnold Schoenberg e della dodecafonia è dichiarato in L’arte nel mondo spirituale dove la dodecafonia è definita musica mentale, forma sonora come essere vivente, forma quindi espansiva e non ornamentale, a partire dal suono archetipo. È interessante notare come il suono di Schoenberg sia definito da Caffarelli ora come “geroglifico” (si badi bene che il geroglifico va inteso quale una unità significante pre-logica e per questo anche rientrante nella visione dell’arte prima citata da Gadamer e che quindi Caffarelli rende bene in questo modo l’idea della serie musicale dodecafonica, quale Unità in sé già potenzialmente completa a livello di “visione”, ma con possibilità di svilupparsi e di manifestarsi nella “storia” di una composizione) ora come “spirituale esperienza di una trascendente corporeità del suono”: e quanto Caffarelli aveva già sostenuto nel 1925 si avvererà musicalmente qualche anno più tardi, nel 1933, appunto nel Mosè e Aronne in cui, come a Mosè fu negata la terra promessa se non la sua sola visione, altrettanto accade a Schoenberg il quale non potrà (non per motivi di tempo, ma proprio in termini concettuali, quindi di “dovere”) completare l’opera. L’uomo tende sì ad una visione e ad una conoscenza completa, ma la completezza non appartiene all’uomo: ricordiamo, per rimanere nell’ambito culturale di inizio Novecento, come il matematico Kurt Gödel distruggerà anche la completezza del linguaggio dei numeri rappresentato da una summa quali i Principia mathematica di Russell e Whitehead; ma ricordiamo anche come già in passato la musica avesse cercato di divenire (al termine di quella complessa e affascinante ricerca dell’infinito – se non addirittura degli infiniti mondi secondo Giordano Bruno – dell’uomo seicentesco che unisce tra loro cosmologia, filosofia e teologia in scienziati quali Keplero oppure, sebbene con presupposti diversi, Galileo) un sistema completo di conoscenza in lavori quali il Musicalisches Opfer di Johann Sebastian Bach (altro autore prediletto da Caffarelli, e per il quale spesso si discute, a nostro parere inutilmente e a sproposito – così come avviene anche per il Nostro, sull’etichetta religiosa da attribuirgli: “luterano o anche cattolico?”, “religioso convinto o per opportunità?”) o ancora (al termine di quel tentativo di giungere alla contemplazione della gioia, del sole, spesso legato alla massoneria) la Zauberflöte di Wolfgang Amadeus Mozart e la Nona Sinfonia di Ludwig van Beethoven (Inno alla Gioia: Beethoven - Goethe, altro binomio prediletto dal Nostro: “Beethoven con la Nona Sinfonia –scrive Caffarelli – ha costruito un uomo di suoni. Le forze di lui sono titaniche. L’atmosfera che fluttua fra i suoni di questa trama possente si articola in vive membra musicali. Vi è vivo l’impulso della libertà, l’uomo senza paura. È Sigfrido in membra ancora invisibili, puramente sonore. È l’uomo della lotta e della Gioia, l’individuo libero e liberatore, nelle cui mani balena la spada discriminatrice…”[XXXIX]); ricordiamo infine come tale ansia di elaborazione di un sistema di completezza si fosse manifestata più volte anche in letteratura: bastino qui un esempio tratto dal Novecento con la giornata e la nottata rispettivamente di Ulysses e di Finnegans Wake di Joyce e uno del passato con Dante e la sua Commedia alla quale (manco dirlo) guardò con sommo interesse Caffarelli musicando per trio (violino, violoncello, pianoforte) un Preludio et Postludio al Canto X del Paradiso.[XL]

Perché Caffarelli commentò in musica tale canto? Esso è innanzitutto il canto incentrato sul simbolo della perfezione, ovvero il cerchio, illustrato attraverso un’ampia sezione astronomica iniziale; il cerchio si ripresenta poi come corona che i dodici spiriti beati formano attorno a Beatrice, e il cerchio rappresenta anche una particolare concezione “perpetua” del tempo (espresso in musica dalla ciclicità del canone perpetuo, da una sua particolare emanazione quale il canone cancrizzante oppure dalla spirale di un canone per tonos) mentre il numero dodici richiama la visione astrologica delle dodici case zodiacali e il “corrispondente” musicale dei dodici suoni del circolo delle quinte. Tale concezione “perpetua” del tempo in Caffarelli –come già accennato – è sostenuta anche dal suo credo nella reincarnazione espresso significativamente, oltre che in diversi passi delle sue lettere e taccuini, nel “monumentale” Galeotus, poema scenico per musica in 4 azioni, datato 1913, dove (azione III, scena 8.a) Suor Benedetta (Cassandra) così si rivolge a Galeotus che deve morire:

… Ma dopo saremo assieme così candidamente!
Io tornerò a te col nodo prestabilito,
nella via del divenire
non posso lungi da te errare!
In nuovi corpi risentiremo
Questa dolcezza d’essere insieme.

In secondo luogo questo è il canto dei sapienti, dei filosofi, di coloro quindi che cercarono di comprendere e raggiungere Dio attraverso la conoscenza: tra questi emerge a protagonista San Tommaso d’Aquino, ma egli non è presente come figura isolata bensì come il vertice di un triangolo che ha negli angoli opposti della base da una parte il suo maestro Alberto Magno e dall’altra il suo avversario Sigieri di Brabante. Siamo pertanto in presenza anche della figura triadica, segno sia della Trinità sia del triangolo evolutivo descritto da Caffarelli il cui obiettivo ultimo è il raggiungimento, attraverso Cristo, della gioia.
E il canto X, ricco tra l’altro anche di continui richiami e definizioni musicali, si conclude proprio con un inno alla gioia duratura (offerto dalle armonie delle dodici anime che avevamo visto disporsi a cerchio; un dodici quindi che ci richiama visivamente sia il circolo delle quinte, sia anche l’idea dodecafonica della combinazione di tutti i dodici suoni del sistema temperato) che solo il Paradiso può offrire, terzo elemento di congiunzione con il pensiero del Nostro:

Così vid’io la gloriosa rota
Muoversi e rendere voce in tempra
E in dolcezza ch’esser non pò nota
Se non colà dove gioir s’insempra.


Di Achille Claude Debussy (1862 – 1918) Caffarelli sottolinea, oltre naturalmente la radicalità di rottura con il sistema armonico funzionale di stampo classico-romantico e la conseguente nuova visione sia delle costruzioni armoniche sia della rilevanza assunta dal parametro timbrico, il principio del lavoro continuo (“Lavorare alla punta secca, non stimare mai perfetta abbastanza la propria opera”[XLI]) in riferimento all’accanimento del maestro francese operato su Pelleas et Melisande con l’obiettivo di scavare sempre più in profondità per giungere alla pura essenza con l’eliminazione degli esteriori elementi ornamentali (tale principio era già stato evidenziato da Kandinsky nel suo Spirituale nell’Arte rilevando tuttavia come Debussy, pur tendendo all’interiorità, cedesse a volte alla bellezza convenzionale); ed è significativo come anche il Nostro lavori continuamente e instancabilmente alle sue partiture creando tuttavia numerose difficoltà, per il continuo correggere spesso anche a penna e con cancellature assai vistose, nella decodificazione e conseguente ricostruzione di molte pagine autografe.

Da Debussy a Stéphane Mallarmè (1842 – 1898) il passo, anche per Caffarelli, è breve ed ovvio: sempre ne L’Arte nel mondo spirituale così è celebrata la musicalità del Verbo di Mallarmè:

Questo sforzo europeo di penetrare oltre il velo sensibile delle cose, di rinnovarle trovandone le spirituali origini, ha investito anche il verbo. Mallarmè ha sottoposto il verbo, tanto isolato nella singola parola quanto associato nell’organismo discorsivo, a un’azione della volontà, per formare una nuova corporeità tutta poetica e intuitiva, mediante la quale, cancellate dal verbo le tracce dell’uso economico e comune, passasse questo all’uso poetico, musicalmente e organicamente diventando forma direttamente plasmata dai poteri di una rappresentazione analogica delle cose.
Egli compenetra il verbo di forze di volontà, dalle quali viene portato oltre i sensi economici e intellettuali. Il verbo, per suo mezzo, si dirige verso una musicalità non soltanto sonora e di sensazione, ma tendente a plasmare una forma spirituale. Perciò non descrive le cose, le suggerisce: ne dà un’atmosfera psichica. Gli si fa possibile in certa misura e in certa direzione di superar l’estetismo. La musicalità diventa quasi la materia con cui costruisce un oggetto eterico.[XLII]

La musicalità che rende al Verbo la sua essenza spirituale non può non farci ricordare e sottolineare, tanto per rivolgere ancora una volta lo sguardo ad una visione ciclica e non lineare-narrativa del tempo, il Libro che proprio dalla musicalità della sua lettura acquisiva la propria completezza, ossia la Bibbia e in particolare i testi ebraici dell’Antico Testamento che dovevano essere completati dalla recita vocalica per assumere comprensibilità e giusto significato.
Il Verbo per antonomasia è inoltre Cristo, che si fa materia, cioè si estrinseca dalla propria dimensione spirituale per venire nel mondo: “E il regno perciò viene nel mondo e deve essere di questo mondo sebbene non venga da questo mondo” scrive Caffarelli nei suoi taccuini.
Il Verbo, la Parola si fa assoluto (e Mallarmè riprende questo concetto): la “parola” non è data fuori di sé, non è rappresentazione di “un altro da sé”, ma vive di e per se stessa, è quindi “pane vivo disceso dal cielo”, quel pane che, come già visto, non ha un valore economico, materiale, ma si innalza al vertice del triangolo spirituale, nella sua consapevole e cosciente tensione verso la gioia cristica celebrata nell’itinerarium caffarelliano “come Gioia cosmica vivente”[XLIII]

Infine non possiamo non accennare all’influsso neoclassico sull’arte di Caffarelli, e per questo richiamiamo la figura di Alfredo Casella (1883 – 1947) in particolare per la raccolta di scritti, 21 + 26 pubblicata nel 1931 (e naturalmente posseduta dal Nostro!). Anche Casella non manca di delineare una visione dell’arte vista come “necessità”, giudicando positivamente la politonalità (ossia il “miracolo” compiuto da Debussy nello sfruttare [dietro suggerimento di alcuni russi] le scale greche, orientali, esafoniche e estremo-orientali) che dovrà essere raggiunta anche nella simultaneità (ossia a livello armonico). A tale proposito Casella cita, tra i numerosi esempi, l’accordo sintetico maggiore-minore proposto da Stravinsky nel Sacre du Printemps e da lui stesso in Notte di Maggio (1913) accordo sul quale si concluderà anche lo Scherzo per flauto, clarinetto, tromba, corno e pianoforte di Caffarelli che fra poco ascolterete.
E Casella si indirizzerà anche al mondo dodecamorfo eleggendo l’insieme dei dodici suoni quale musica ideale e facendo largo uso dell’accordo “madre” (che comprende appunto l’insieme dei dodici suoni cromatici) sempre in Notte di maggio (distribuito per quarte giuste).
Egli osserva anche come tali sovrapposizioni siano in analogia con il cubismo che definisce “simultaneità compenetrata di masse, di volumi”. E anche Caffarelli non aveva trascurato già alcuni anni prima di sottolineare l’importanza del cubismo in rapporto con la dodecafonia.[XLIV]
In ultimo anche Casella non manca di concepire e proclamare (in un articolo scritto nel 1929, quattro anni dopo l’opera di Caffarelli) l’arte secondo una visione spirituale:

Il vero dramma dell’arte moderna … consiste nel progressivo distacco dell’artista dall’anima della massa umana. […] E da questo doppio contrasto disposizioni, tra artisti che non vogliono scendere al contatto della collettività, e tra l’atteggiamento pigro e dissidente di questa che non vuole avvicinarsi ad un pensiero che essa considera troppo aristocratico e cerebrale; da questo doloroso stato di cose deriva il maggior pericolo per ogni arte. … Molte, troppe sono le tendenze odierne dello spirito artistico.Troppe sono le lotte estetiche, molti ingegni sciupano il meglio delle loro forze in polemiche. È necessario che l’artista si penetri bene di questa verità: che l’umanità del dopoguerra attende dai responsabili l’avvento di un’arte la quale corrisponda ai bisogni spirituali di quest’epoca. … Se quest’arte ritornerà … allora il Dio risorto presto farà a dimostrare che nessuna teoria prestabilita vale contro un lavoro riuscito ed animato dal divino soffio dello spirito…[XLV]

A conclusione di questo intervento speriamo di aver dimostrato, o almeno suggerito, pur nella nostra umana incompletezza, come l’arte per Caffarelli sia innanzitutto e soprattutto un grande affresco spirituale di fronte al quale non possono più trovare spazio gli interrogativi sulla sua religiosità: il Maestro fu un grande spirito religioso, anzi fu attraverso le proprie opere sacerdote per sé e per gli altri, trascendendo – forse proprio per la sua immensa levatura umana e intellettuale tesa continuamente a voler abbracciare il Tutto – ogni dottrina particolare.
Certo è che egli si congedò dalla sua esistenza terrena baciando il crocifisso e fiducioso nel premio eterno del Paradiso[XLVI] visto da lui come un infinito canto di gioia. E significativamente in un lungo inno alla GIOIA si conclude il terzo e ultimo saggio de L’Arte nel mondo spirituale, una gioia a cui si accompagnano i principi cristiani di fratellanza e di carità, figura di un elevato umanesimo religioso che trascende ogni etichetta proprio nel tentativo più universale di porsi a contatto con Cristo e con il mistero della croce.
Una gioia celebrata attraverso quel “cerchio di fisica coscienza a cui ruota come ad Anello la coeva storia cosmica” (l’idea quindi del Tutto, della Pienezza dell’Essere, della Perfezione) musicalmente espressa dalla spazialità dei movimenti orizzontali e verticali del suono già descritti da Swedenborg e applicati da Schoenberg per descrivere il quadrato magico della dodecafonia come sistema attualmente migliore tra tutti i possibili proprio per la sua visione contemporaneamente circolare, ciclica, perpetua, inversa e retrogradabile rispetto al fluire monodirezionale del tempo, e a croce ponendosi sia sull’asse orizzontale (della melodia e dei contrappunti) sia su quello verticale (delle armonie).
Tutta la vita e tutta l’arte letteraria e musicale di Caffarelli salgono pertanto come una incessante preghiera che deve costituire per tutti noi un edificante esempio di vita, di cultura e di bellezza estetica, e per il credente anche la speranza e la fede che il Maestro Caffarelli possa ora e per sempre contemplare l’illimitata GIOIA DEL PARADISO.

In ultima conclusione la nostra riconoscenza a coloro che, purtroppo non più tra noi, avevano intrapreso, compresa la straordinaria grandezza del Maestro, preziosi studi su di lui: in particolare don Amedeo Casanova, i professori Anselmo Cassani e Giovanni Cattani, e il M° Ino Savini che di Caffarelli diresse e divulgò vari lavori.
Infine la nostra speranza affinché la figura di Lamberto Caffarelli possa al più presto trovare, auspicando in primo luogo il diretto interessamento da parte della Amministrazione Comunale, l’alta rilevanza che merita.

***

Post Scriptum dedicato ai più piccoli.
Dopo tante parole i bambini che questa sera mi hanno sopportato sicuramente ancora si chiederanno: “Chi era Caffarelli?” Pur non avendolo conosciuto personalmente spero di non sbagliare immaginandovelo (specie quando era già un po’ anziano) come un nonno a prima vista severo e burbero e alquanto silenzioso, ma poi in grado di porgere un delicato sorriso e affascinare i più piccoli attraverso fantastici racconti (aveva letto molto e conosceva tante cose) di mondi magici, lontani, irreali narrati con grande fantasia e semmai accompagnati dall’ascolto di alcune melodie e armonie al pianoforte. E poi ve lo voglio lasciare immaginare come uno che dopo avervi raccontato queste belle storie scomparisse all’improvviso lasciando a voi la voglia di poterlo nuovamente incontrare. E questo è in realtà anche l’effetto che ha fatto su di me, adulto!


 
NOTE

[I] In riferimento al R.D. 1054/23 che dava disposizioni in merito all’alleggerimento dell’onere finanziario per gli Enti pubblici la Giunta municipale di Faenza, in data 25 luglio 1925, deliberò – con voto contrario dell’Assessore all’Istruzione – la soppressione della Scuola “Sarti” (il cui ottimale funzionamento avrebbe implicato d’altro lato la necessità di un maggior onere per il Comune) e il conseguente licenziamento degli insegnanti e del Direttore (con una indennità una tantum pari a due mensilità dell’ultimo stipendio fruito).
[II] Il volume (articolato in: Prefazione; Saggio Primo: L’Arte come forza evolutiva del divenire naturale e umano; Saggio Secondo: I tre Impulsi Fontali; Saggio Terzo: L’Arte nelle sue relazioni con le Visioni Primordiali della Vita e coi dogmi Generatori, per complessive 280 pagine) venne edito in Faenza a cura dell’Autore coi tipi dell’Industria Tipografica Antonio Montanari nel 1925.
[III] Cfr., oltre naturalmente ai cataloghi, lo studio di Anselmo Cassani, Il magazzino dell’esoterismo. Una prima ricognizione del fondo Lamberto Caffarelli (in La Biblioteca comunale di Faenza: la fabbrica e i fondi, a cura di Anna Rosa Gentilini, Studio 88, Faenza, 1999) e la breve dispensa offerta dalla Biblioteca Manfrediana in occasione dell’apertura del servizio a prestito dei CD audio (dicembre 2000).
[IV] Per l’approfondimento di tale materia cfr. gli studi di Xavier Tilliette, I filosofi leggono la Bibbia (ed.it. Queriniana, Brescia, 2003) e La Chiesa nella filosofia (Morcelliana, Brescia, 2003).

[V] Incarnandosi in Gesù, Cristo (lo Spirito) si è unito alla materia terrestre, imprimendo una nuova direzione alla storia del mondo e dell’uomo: l’intervento di Cristo, ‘asse dell’evoluzione’, ha reso possibile all’uomo (e, attraverso l’uomo, alla natura tutta) invertire il corso discendente fino allora seguito (l’originaria ‘caduta nella materia’) e spiritualizzarsi. La Terra, non l’al di là, è il luogo della Redenzione, che non significa negazione della materia, della corporeità, ma ‘reintegrazione della materia nello spazio’. Anselmo Cassani, Il magazzino dell’esoterismo. Una prima ricognizione del fondo Lamberto Caffarelli, in op. cit., p. 306.

[VI] Nel profilo di Caffarelli disegnato da don Casanova (Amedeo Casanova, Lamberto Caffarelli/Vita – Catalogo delle opere – Scritti – Bibliografia, Estratto da I Quaderni della Cattedrale di Faenza 1 “Organi Organisti Cantorie”, Lega, Faenza, 1964) sono catalogate le seguenti triodie: Prima Triodia (per quartetto d’archi); Triodia Terza (sempre per quartetto); Triodia Quarta (per grande orchestra e pubblicata anche in una versione per pianoforte solo); Triodia Quinta (per pianoforte, incompleta); Triodia Sesta (per orchestra da camera); Triodia Ottava (per pianoforte, incompleta). Inoltre Casanova ipotizza per altri lavori il loro probabile successivo inserimento in triodie.
[VII] Il circolo delle quinte, ottenuto dalla costruzione di intervalli di quinta attraverso il frazionamento (ideale) del monocordo nel rapporto di 3/2 ripetuto più volte (dal do si genera il sol; dal sol si genera il re, ecc. fino al “ritorno” al do), oltre a costituire il disegno musicale di un cerchio presenta anche analogie con l’astrologia (il circolo delle dodici case zodiacali in corrispondenza con le dodici note) e con l’astronomia in quanto il ritorno al do (tranne quando si ragioni secondo le leggi convenzionali del sistema temperato) non chiude perfettamente il cerchio ma disegna l’inizio di una spirale provocando un “errore” analogo a quello del fenomeno della precessione degli equinozi.
[VIII] Lamberto Caffarelli, L’arte nel mondo spirituale, op. cit., p. 58.
[IX] Lamberto Caffarelli, in Prose e poesie inedite, a cura di Giovanni Cattani, Lega, Faenza, 1982, p. 45.
[X] Lamberto Caffarelli, L’arte nel mondo spirituale, op. cit., pp. 262-3.
[XI] Delle sette liriche musicate da Caffarelli su testi di Novalis due (Ti vedo in mille immagini e Già s’alzano, Maria) sono state tratte dai Canti a Maria, e cinque (Chi siede solitario nella tua stanza, Fra mille ore gioconde, Se tutti infedeli divengono, Vi sono tempi così, Se in tristi ore d’angoscia) dai Canti spirituali.
[XII] Hans-Georg Gadamer, Esperienza estetica ed esperienza religiosa, in “Scritti di estetica”, ed. it., Aesthetica, Palermo, 2002, pp. 66-7.
[XIII] Lamberto Caffarelli, Prose e poesie inedite, op. cit., p. 15.
[XIV] cfr. Xavier Tilliette, I filosofi leggono la Bibbia, op. cit., p. 131-3.
[XV] cfr. Gianfranco Ravasi, Breve Storia dell’Anima, Mondatori, Milano, 2003, p. 233.
[XVI] Wassily Kandinsky; Lo spirituale nell’arte, SE, Milano, 1989, pp. 31-2.
[XVII] Lamberto Caffarelli, L’arte nel mondo spirituale, op. cit., p. 20.
[XVIII] Wassily Kandinsky, Lo spirituale nell’arte, op. cit., pp. 20-1.
[XIX] Lamberto Caffarelli, L’arte nel mondo spirituale, op. cit., p. 58.
[XX] Wassily Kandinsky, Lo spirituale nell’arte, op. cit., p. 21.
[XXI] Lamberto Caffarelli, L’arte nel mondo spirituale, op. cit., p. 101. Così Caffarelli delinea i due impulsi fontali posti alla base del suo “triangolo”: Carattere dell’Impulso Arimanico è tendere al basso e fermarvisi, volgere alla caduta e rimanervi; essere la materia e nella materia. (ibidem, p. 97); L’Impulso Luciferico operando nella psiche sottrae l’anima al mondo sensibile e le fa sentire una sua propria regione sopra e oltre il mondo delle cose concrete. L’anima esperimenta di essre un’entità libera ed egoica non chiusa nello spazio. (ibidem, p. 98). Mentre l’impulso cristico, il vertice di questa evoluzione triangolare, è così chiamato “proprio a significare l’Amore Cosmico in quella Coscienza Universale e Solare che è e vive tale Amore nei rapporti con la Terra, e che diventa nell’anima umana volontà di evolvere, volontà di creare armonicamente.” (ibidem, p. 101).
[XXII] Lamberto Caffarelli, L’arte nel mondo spirituale, op. cit., p. 161; Caffarelli conclude così il suo secondo saggio richiamandoci alla mente anche quanto affermato e da noi segnalato precedentemente da Teilhard de Chardin.
[XXIII] Wassily Kandinsky, Lo spirituale nell’arte, op. cit., p. 23.
[XXIV] Wassily Kandinsky, Lo spirituale nell’arte, op. cit., p. 88.
[XXV] Lamberto Caffarelli, Lo spirituale nell’arte, op. cit., p. 247.
[XXVI] Wassily Kandinsky, Lo spirituale nell’arte, op. cit., p.17.
[XXVII] Lamberto Caffarelli, L’arte nel mondo spirituale, op. cit., p. 253.
[XXVIII] Lamberto Caffarelli, L’arte nel mondo spirituale, op. cit., p. 259.
[XXIX] Wassily Kandinsky, Lo spirituale nell’arte, op. cit., p. 35.
[XXX] Lamberto Caffarelli, L’arte nel mondo spirituale, op. cit., p. 273.
[XXXI] Wassily Kandinsky, Lo spirituale nell’arte, op. cit., p. 93.
[XXXII] Lamberto Caffarelli, L’arte nel mondo spirituale, op. cit., p. 35.
[XXXIII] Arnold Schoenberg, Manuale di Armonia, ed. it. Il Saggiatore, Milano, 1997, p.529.
[XXXIV] Hans-Georg Gadamer, Intuizione e perspicuità, in op. cit., p. 33.
[XXXV] Lamberto Caffarelli, L’arte nel mondo spirituale, op. cit., p. 243.
[XXXVI] Leonid Sabaneev, Il “Prometeo” di Skrjabin, in (a cura di) Wassily Kandinsky e Franz Marc, Il Cavaliere azzurro, trad. it., SE, Milano, 1988, p. 99.
[XXXVII] Ibidem.
[XXXVIII] Cfr. Lamberto Caffarelli, Kisa Gotami/Guida del poema musicale, Lega, Faenza, 1930 e Lamberto Caffarelli, Adonie/Testo e guida del poema musicale, Lega, Faenza, 1930
[XXXIX] Fondo Carte Caffarelli della Biblioteca Comunale di Faenza. Cfr. Amedeo Casanova, Lamberto Caffarelli, op. cit., pp. 6-7.
[XL] Naturalmente Caffarelli dedica ampio spazio a Dante anche nel suo saggio L’arte nel mondo spirituale dal quale riportiamo alcune frasi (cfr. pp. 228-9) che riteniamo tra le più significative anche in relazione a quanto esposto nel nostro testo:
Dante è medioevale intellettualmente; intuitivamente sorpassa il suo tempo. Nei suoi tre mondi c’è più che un preludio a una conoscenza dei Tre Impulsi.
                Dante va dall’Inferno al Paradiso come singolo individuo nel quale son già singolarmente attive le Forze Cristiche; non come fedele di una collettività. Da solo contemplando in un Archetipo il mistero dell’umanità del Cristo, preannunzia e previve la forma occidentale di accedere al Mondo Spirituale.
                … Gli eletti lodano Dio, cantano in cori collettivi [come avviene anche al termine del canto X Par.], che con conoscenza profondissima dell’occulto sono presentati in forme di colori e in forme sonore collettive [Caffarelli pare qui riferirsi alla evoluzione della storia musicale verso la dodecafonia esposta nelle pagine precedenti del suo saggio: “In Grecia il suono fu linea (canto monodico). Nell’epoca postcristica dalla vocalità scendendo alla strumentalità arriva alla superficie armonica: dagli accordi elementari del discanto all’accordo integrale dodecagono dei modernissimi atonalisti (o piuttosto supertonalisti), e poi al volume armonico (scorrere degli accordi)” e da Dante già intuita nelle sue possibilità più complesse: ancora una volta si pensi al finale del canto X e all’armonia “dodecamorfa” risultante dal canto dei dodici spiriti sapienti!]; in queste tuttavia conservano una loro figura individuale.
[XLI] Lamberto Caffarelli, Prose e poesie inedite, op. cit., p. 51.
[XLII] Lamberto Caffarelli, L’arte nel mondo spirituale, op. cit., p. 255.
[XLIII] Tale visione cosmica attraverso la centralità di Cristo sarà ripresa due anni dopo (1927) dall’erede spirituale di Soloviev, Nicolaj Berdjaev il quale auspicherà (nel libretto Un nuovo Medioevo)una chiesa appunto tendente a manifestare la nuova possibilità del “mistero della vita cosmica”: «La Chiesa è cosmica per sua stessa natura e in essa rientra tutta la pienezza dell’essere. La chiesa è il cosmo cristianizzato. Questa deve cessare di essere una verità teorica e astratta, per divenire una verità vivente e pratica». Cfr. Xavier Tilliette, La Chiesa dei filosofi, cit., pp. 201-2.
[XLIV] Lamberto Caffarelli, L’arte nel mondo spirituale, op. cit., p. 250.
[XLV] Alfredo Casella, Tendenzen und Stile in der neuen italienischen Musik, in “Melos”, gennaio 1929, trad. it. in Alfredo Casella, 21 + 26, Olschki, Firenze, 2001, pp. 46-7.
[XLVI] In seguito a una caduta in casa, l’8 marzo 1963 [Caffarelli] viene ricoverato di nuovo all’Ospedale Civile [di Faenza]. … Soffre molto, ma sopporta ogni dolore fisico in silenzio, rassegnato e con forza d’animo ammirevole. La religiosa che l’assiste … gli chiede se voglia confessarsi, ma il Maestro fa cenno di diniego. Cerca di persuaderlo: “ma Lei, tanto buono,perché non vuol confessarsi? Non vuole andare in Paradiso?”. “In Paradiso vado lo stesso”, mormora il Maestro. Quando il cappellano dell’Ospedale gli da la benedizione egli l’accetta con un gran segno di croce e bacia volentieri il Crocefisso.
In Amedeo Casanova, Lamberto Caffarelli, op. cit., p. 19.